Anche Hamilton nel gotha dei perdenti Gli inglesi celebrano le loro sconfitte

Ma Ecclestone è polemico con Dennis: «Hai regalato il mondiale a Raikkonen»

«Hai dato il mondiale a Raikkonen», ha detto Bernie Ecclestone al gran capo della Mc Laren Ron Dennis, ultima della serie di mazzate che si sono abbattute sulla Gran Bretagna scossa da un serpente che l’inquieta. A dar retta all’autorevole Times sembrerebbe che ogni bravo cittadino di Sua maestà oggi si stia chiedendo: ma nello sport noi siamo una nazione di perdenti?
Lo scoramento è fondato: prima di Hamilton (che il Times consola dando del «miserabile iberico» ad Alonso e sollevando un polverone polemico in Spagna) la nazionale di rugby sconfitta in finale dal Sud Africa e quella di calcio a un passo dall’ennesima delusione nelle qualificazioni a Euro 2008. Così il Times ha compilato la classifica dei 50 connazionali più perdenti della storia: da Greg Rusedski, unico tennista britannico a raggiungere una finale dello Slam negli ultimi 30 anni, ovviamente perdendola, a Stirling Moss considerato il miglior pilota di tutti i tempi senza aver mai vinto un mondiale, ma con quattro secondi posti consecutivi dal 1955 al 1958. È una classifica molto british quindi anche molto autoironica. Per compilarla sono stati usati criteri che tenevano conto della vicinanza alla vittoria e dell’aspettativa dei tifosi, riproducendo pari pari il vecchio concetto che nello sport il secondo posto equivale a una catastrofe, soprattutto se sei arrivato vicino vicino al primo.
Anche se c’è chi ha tentato di ribaltare il luogo comune spiegando come salire sul carro dei perdenti con una istant guide: «Il manuale del perfetto perdente. Come evitare di vincere e raggiungere la felicità». Vincere comporterebbe la nascita di una serie di sintomi psichici da evitare: senso di onnipotenza, manie di persecuzione, irritabilità, distorsione della realtà. E non è tutto, guai anche fisici: cefalee, insonnia e tremori con conseguenze anche nel sociale. Se non avete mai avvertito questi sintomi, spiega l’autore, siete salvi, appartenete al club dei perdenti e per voi tutto sarà meno complicato. Insomma una gran bella iniezione di fiducia. E poi noi italiani, sempre un passo avanti, conosciamo molto bene l’argomento e abbiamo coniato il termine del perdente di successo, una sottigliezza che ci mantiene ai vertici della creatività. Ci sono finiti dentro presidenti, allenatori e calciatori che nella maggior parte dei casi, si sono poi riabilitati alla grande. Ma anche il Times ha chiesto ai suoi concittadini di non irridere i campioni mai diventati campioni, con l’avvertenza comunque di non imitarli. Insomma non prendeteli in giro, ma nemmeno frequentateli perché magari la loro sarà solo sfortuna, ma il pericolo del contagio esiste.
Con un esempio su tutti: la povera amazzone Funnel, britannica doc al 39° posto della classifica.

Da alcune stagioni regina incontrastata del completo ma solo medaglia d’argento a squadre a Sydney dove ha chiuso la gara con un punteggio migliore di due cavalieri dell’Australia che vinse l’oro. Ma La Funnel di nome fa Pippa, perdente predestinata.

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