Gli atleti in campo. Contro la Cina

Oggi la cerimonia inaugurale dei Giochi. Centoventisette campioni scrivono al presidente Ju Jintao: "Rispettate i diritti umani". Bush e Sarkozy duri con il regime. Pechino risponde: "Non interferite". E gli estremisti islamici minacciano attentati

Gli atleti in campo. Contro la Cina

Alla fine gli atleti sono scesi in campo. Lo hanno fatto nel modo più semplice, forse anche più garbato, ma non per questo meno significativo. Una lettera al presidente cinese Hu Jintao per ricordare che per gli sportivi il tema dei diritti umani, anche senza manifestazioni eclatanti o proteste storiche, non può passare in secondo piano.

Così, in 127, dal cubano Dayron Robles, detentore del record del mondo sui 110 ostacoli, alla tedesca Khatrin Boron, quattro volte medaglia d’oro alle Olimpiadi nel canottaggio, alla saltatrice italiana Antonietta Di Martino, all’americana Dee Dee Trotter, specialista dei 400 metri piani, hanno scritto ad Hu. Un messaggio in pochi punti, ma molto chiari.

A partire dalla questione tibetana che ha infiammato gli animi di tutto il mondo durante la scorsa primavera: per Lhasa gli atleti chiedono «una soluzione pacifica che rispetti i fondamentali principi dei diritti umani». Diritti che vengono calpestati ogni giorno, e allora ecco la seconda preghiera degli atleti firmatari, di cui 40 gareggeranno a Pechino: «proteggete il diritto alla libertà di espressione, di religione e di opinione in tutto il vostro Paese».

E per gli sportivi non sono solo questi diritti a dover essere protetti, ma anche - e forse soprattutto - chi per loro si batte. E allora l’appello a Hu Jintao, che si può leggere sul sito www.sportsfropeace.de, visibile anche se ci si trova in Cina, riguarda anche la necessità di «non imprigionare o intimidire gli attivisti per i diritti umani». Ultimo punto la pena di morte: nonostante la moratoria chiesta dall’Onu, le esecuzioni sono cresciute, e la Cina rimane saldamente in testa per numero di condanne, con oltre l’80% di quelle eseguite in tutto il mondo. La pena capitale, infatti, resta in vigore anche per molti reati economico finanziari: da qui la preghiera degli atleti affinché «la pena di morte sia bandita dall’ordinamento giuridico cinese».

Tutto questo, conclude la lettera, per far sì che le Olimpiadi abbiano veramente successo. «La Cina - scrivono gli sportivi firmatari - è ora al centro dell’attenzione mondiale. Saranno le vostre decisioni su questi temi a stabilire l’immagine del vostro Paese nei prossimi anni».
E a fare eco alla lettera dei 127 atleti ieri, alla vigilia dell’inaugurazione, esuli tibetani e manifestanti pro-Tibet sono scesi nelle piazze di tutto il mondo: da Kathmandu, dove ieri sono stati arrestati in 600, alla Francia, passando per l’India. Tutto per non far cadere nel dimenticatoio la situazione di Lhasa. A Parigi, dopo che 20 manifestanti hanno fatto irruzione in un ufficio della Ups, sponsor dell’Olimpiade pechinese, la polizia ha deciso di vietare le proteste davanti all’ambasciata cinese, scatenando le proteste di Reporter sans frontières. «Questa nostra manifestazione si farà in altre città (Londra, Madrid, Berlino, Stoccolma, Washington e Losanna) ma non all’ombra della Senna», conferma il presidente dell’organizzazione Robert Menard.

Sulle proteste a Pechino, invece, è giallo. Esistono delle protest zone, aree create allo scopo di tenervi (e meglio controllarvi) le manifestazioni autorizzate: queste aree, tuttavia, per ora sono deserte, perché la polizia cinese continua a respingere al mittente le richieste d’utilizzo. «Non hanno accettato la mia domanda e mi hanno invitato a rinunciare a presentarla», ha detto una donna che in passato ha prestato servizio come medico nell’esercito cinese.

Un rifiuto non motivato, che si aggiunge alle difficoltà burocratiche: le iniziative di protesta devono essere comunicate almeno 5 giorni prima della loro tenuta programmata e compilare tutte le domande necessarie negli uffici sparsi per la città è praticamente impossibile.

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