«Bertinotti ha venduto i comunisti su D’Elia»

Salvatore Berardi lascia gli incarichi nel Prc: «Basta con i partiti rossi che vogliono i terroristi nelle istituzioni»

nostro inviato a Cerignola (Fg)
Salvatore Berardi aveva 23 anni quando le Brigate rosse uccisero a colpi di pistola suo padre Rosario, vicecomandante della Digos di Torino che aveva partecipato a numerose azioni contro i terroristi. Era il 10 marzo 1978, pochi giorni prima del rapimento Moro. Salvatore aveva preso la tessera del Pci il 1° maggio 1970. «Quando scesi dalla camera ardente dove era esposto il corpo di mio padre salutai i compagni con il pugno chiuso - ricorda -. Sono e resterò comunista. Ma con questi partiti comunisti che vogliono i terroristi nelle istituzioni, ho chiuso».
Fine di una lunga illusione. Alla grande città operaia Berardi, quarto dei cinque figli del poliziotto trucidato, aveva detto basta subito dopo l’omicidio: con la madre e una sorella tornò in Puglia, la terra di famiglia. Papà è sepolto nel cimitero del capoluogo, accanto alle vittime baresi della strage di Bologna; mamma abita nel quartiere popolare Santo Spirito; lui sta a Cerignola, lavora nella cancelleria del tribunale. È un tipo che non si arrende. Ogni volta che un terrorista lasciava il carcere urlava il suo sdegno: gli assassini liberi di farsi chiamare «ex», e i familiari delle vittime ignorati. Era «sconvolto» quando uscì Rocco Micaletto, membro del commando che freddò suo padre assieme a Patrizio Peci, Vincenzo Acella, Cristoforo Piancone, Nadia Ponti; protestò quando il Meeting di Rimini mise a confronto Nadia Mantovani e Francesca Mambro; si disse «disgustato» quando per il caso di Adriano Sofri si parlò di «rappacificazione» tra Stato e terroristi.
Ma l’elezione a segretario di presidenza a Montecitorio di Sergio D’Elia, l’ex capo di Prima Linea condannato per l’uccisione del poliziotto Fausto Dionisi, è un punto di non ritorno. Quando scoppiò il caso, Berardi aveva scritto una lettera aperta pubblicata dal Giornale chiedendo le dimissioni di D’Elia. L’altro giorno è stato ricevuto da Fausto Bertinotti, presidente della Camera. «Oh certo, l’incontro con il mio ex segretario è stato cordiale, ma Bertinotti ha parlato in politichese, una lingua che non mi piace. È stato diplomatico, evasivo». Così, appena rientrato da Roma, ha mandato due lettere di dimissioni. Una al direttivo cittadino di Rifondazione comunista, l’altra al consiglio di amministrazione della Asia, società municipalizzata del comune di Cerignola che si occupa di verde pubblico, rifiuti, parcheggi, dove sedeva per conto del Prc.
Salvatore Berardi non odia, non prova rabbia. Peggio: è deluso. «Tante volte mi è stato chiesto perché sono rimasto comunista anche dopo che i terroristi rossi hanno ammazzato mio padre. Io credo nella politica della solidarietà verso i deboli, i giovani, gli operai, i braccianti. Ho preso parte a tutte le manifestazioni dove c’era sete di diritto e di giustizia, sono sceso in piazza contro le guerre e ogni forma di violenza e sopruso. Se una legge consente che una persona condannata a 25 anni di carcere ne sconti soltanto 12, io la rispetto. E rispetto anche il voto di chi ha mandato in Parlamento un ex terrorista, anche se stavolta gli elettori non hanno espresso preferenze. Ma il ruolo istituzionale, quello no. D’Elia deve dimettersi immediatamente, deve dare un segnale di pentimento e di sensibilità verso i familiari delle vittime del terrore».
«Non accetto che si venda il nome del Partito comunista, il mio partito, perché si dice che questa gente dev’essere reinserita nella società a 20mila euro al mese, mentre noi tiriamo a campare in attesa che le leggi a favore delle famiglie vengano applicate fino in fondo. D’Elia è stato candidato dalla Rosa nel pugno, io però speravo che Rifondazione prendesse le distanze - scuote la testa Berardi -. Un segnale non di ostilità, almeno di dissenso. Invece nulla. Bertinotti è stato cortese quando mi ha ricevuto assieme a Maria Fida Moro e a Silvana Graziosi, dell’associazione Memoria. Ma ha ripetuto che D’Elia ha espiato la pena e ha diritto alla sua vita. Non sono d’accordo. Non si può dire: ha pagato, è uscito, faccia quello che vuole. Io non sarò mai l’ex orfano del maresciallo Rosario Berardi. Le mogli degli agenti Dionisi e Graziosi erano incinte quando sono rimaste vedove, i loro figli non hanno mai visto il papà».
«I protagonisti degli Anni di piombo sono ormai quasi tutti fuori - si sfoga Berardi -. Sono intellettuali, sociologi, scrittori, sono diventati dei personaggi. I terroristi e i loro compagni di merende che hanno distrutto 420 famiglie si sono ravveduti? Andassero a raccontarlo ai figli dei morti, non ai dibattiti in tv o nei circoli culturali della sinistra. Hanno sofferto? Può darsi, certamente non quanto noi, privati dei nostri cari e ora emarginati da istituzioni, partiti, giornali».
C’è un altro aspetto che contribuisce ad allontanare Berardi da Rifondazione: l’appoggio ai no-global. «Condivido le contestazioni e le proteste nei limiti della civiltà, della democrazia e della non violenza - spiega il figlio del maresciallo ucciso -. Ma gli Anni di piombo furono figli del '68. Una parte della contestazione continuò in modo civile e democratico ed ebbe i suoi morti, come Guido Rossa, sindacalista della Cgil; una parte invece sfociò nella lotta armata. Non vorrei che oggi l’uso della violenza in certi ambienti no-global desse origine a una nuova stagione di lutti. Per quanto mi riguarda, con la politica ho chiuso.

Continuerò a fare volontariato in Cittadinanza attiva, il sorriso e l’affetto dei bambini disabili mi fa ricco più di ogni altra cosa. L’abbraccio e la commozione di chi soffre davvero. Dicono che anche gli ex terroristi sono diventati buoni. Buon per loro, a me non interessa».

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