Bomba contro una pattuglia italiana a Nassirya

Bomba contro una pattuglia italiana a Nassirya

Gian Micalessin

È stata un’altra tremenda giornata di sangue. Un altro inferno iracheno che, per poco, non ha inghiottito una colonna di carabinieri scampata fortunosamente a un micidiale attentato. Un agguato del tutto simile non ha risparmiato due soldati inglesi dilaniati dalle schegge di una bomba esplosa al passaggio del loro veicolo. A Bagdad e nel resto del triangolo sunnita autobomba e attentatori suicidi hanno causato almeno 60 morti. Ma sul bilancio della catena di violenza seguita all’attentato al mausoleo sciita di Samarra dello scorso mercoledì è ormai guerra di cifre. Gli inviati del quotidiano statunitense Washington Post parlano di almeno 1.300 cadaveri. Il governo iracheno smentisce tutto e diffonde la cifra ufficiale di 379 vittime.
I soldati del contingente di Nassirya sono intanto tornati nel mirino degli insorti. L’obbiettivo per chi ha pianificato l’agguato era perfetto. Ieri mattina all’estremità del ponte Charlie, pochi chilometri a nord della base italiana di Nassirya, ci sono quattro camion leggeri scortati da un’autoblindo Torpedo. A bordo hanno 29 carabinieri diretti verso Al Gharraf, un villaggio 40 chilometri a nord dove è prevista una distribuzione di aiuti umanitari. All’improvviso un boato, una colonna di fumo e una cortina di polvere che ricopre la strada.
Ma i nostri carabinieri per fortuna sono troppo lontani. L’autoblindo che guida il convoglio è ad almeno duecento metri dall’esplosione e le schegge dell’ordigno neppure la sfiorano. In quel mare di polvere e fumo resta colpita solo un’automobile irachena. A bordo ci sono due uomini feriti. Fosse stato solo un avvertimento chi ha premuto il pulsante del detonatore avrebbe almeno atteso il loro passaggio. Invece solo un banale errore, un fortunato imprevisto ha evitato che il nostro convoglio si trasformasse in un obbiettivo perfetto.
Dopo il fallito attentato, «la pattuglia - stando a quanto riferito dal comando di Nassirya - ha fatto immediato rientro alla base». Il primo compito ora è capire chi tenga nuovamente nel mirino i nostri militari dopo un periodo sostanzialmente tranquillo. I sospetti principali riguardano l’esercito del Mahdi - la milizia comandata dall’estremista sciita Moqtada al Sadr, responsabile in passato di diversi attacchi - o una cellula del fondamentalismo sunnita mandata in città per colpire i nostri soldati.
Molto peggio è andata alla pattuglia inglese colpita in pieno dall’esplosione di un ordigno del tutto simile a quello utilizzato contro i nostri carabinieri. Nell’imboscata avvenuta nella zona di Amara, 365 chilometri a sud di Bagdad, due soldati inglesi sono morti sul colpo dilaniati dalle schegge e un terzo è rimasto leggermente ferito.
A Bagdad intanto è l’inferno. I cinque attentati messi a segno ieri contro moschee e semplici civili in fila hanno fatto complessivamente almeno 60 morti e centinaia di feriti. L’ultima strage è arrivata dopo il tramonto quando un autobomba ha ucciso almeno 25 fedeli reduci dalla preghiera della sera in una moschea sciita del quartiere di Hurriya. Nell’attentato che si è registrato in mattinata, davanti a una stazione di rifornimento, un attentatore suicida ha ucciso 23 persone in fila per il kerosene da riscaldamento. Altri tre attentati hanno provocato altre otto vittime. Ma resta un mistero il bilancio complessivo delle violenze susseguitesi dopo la distruzione, mercoledì scorso, della cupola d’oro di Samarra. Gli inviati del Washington Post dopo aver contattato gli obitori delle principali città parlano di almeno 1.300 morti. Ma il governo ha immediatamente ridimensionato la cifra sostenendo che i morti provocati da sei giorni di violenze sono ufficialmente 379.
Sul fronte politico, dove probabilmente non si troverà un accordo per la formazione del nuovo governo prima di qualche mese, infuriano intanto le polemiche tra il presidente curdo Jalal Talabani e il premier uscente, lo sciita Ibrahim Jaafari. Talabani ha aspramente criticato la visita in Turchia del premier definendola «contraria alla Costituzione» e avvertendo che ogni accordo di Jaafari con Ankara «non avrà alcun valore».
Al caos in cui è precipitato l’Irak assiste impassibile dal carcere e dal tribunale il deposto raìs Saddam Hussein.

Impassibilità ha dimostrato anche ieri, quando in aula il rappresentante della pubblica accusa ha esibito la copia di un documento firmato dall’ex dittatore: era l’approvazione della condanna a morte inflitta ai 148 sciiti accusati di avere attentato alla sua vita a Dujail, nel 1982.

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