Il virus finanziario

Le Borse occidentali per ora tengono, ma il rischio di fallimento del secondo gruppo immobiliare cinese Evergrande a New York potrebbe aprire una crisi globale

Il virus finanziario
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Le Borse occidentali per ora tengono, ma il rischio di fallimento del secondo gruppo immobiliare cinese Evergrande a New York potrebbe aprire una crisi globale. Addirittura il Wall Street Journal ipotizza «un momento Lehman» per la Cina, azzardando il paragone con la grande crisi finanziaria che seguì la bancarotta della banca d'affari statunitense Lehman Brothers nel 2008. Anche perché la Evergrande non è il solo gruppo in crisi che porta gli stendardi di Pechino: anche la Country Garden è a rischio default. Insomma, l'economia cinese non tira più come una volta, e si sapeva, ma ora l'ipotesi del fallimento di alcuni soggetti importanti (Evergrande ha un rosso di circa 300 miliardi di dollari) potrebbe creare grossi problemi anche alle economie occidentali. Tre anni dopo il Covid, potremmo fare le spese di un virus finanziario che dalla Grande Muraglia potrebbe contagiare il mondo.

Per non creare allarmismi esagerati, diciamo subito che per ora le notizie provenienti da Pechino non hanno diffuso isteria sui mercati. Ma i segnali preoccupanti non scarseggiano. Intanto il governo cinese è costretto a correre ai ripari per il deprezzamento costante dello yuan rispetto al dollaro. Ma soprattutto non va dimenticato che il pericolo della «bolla» cinese coincide con una fase congiunturale tutt'altro che rosea, determinata dalle conseguenze economiche della guerra in Ucraina, l'impennata del prezzo dei carburanti, l'inflazione e l'aumento dei tassi di interesse. Un dato per tutti: nel secondo trimestre di quest'anno i fallimenti nell'area Euro sono aumentati dell'8,4% rispetto al 2022. Per l'Italia le cose vanno un pochino meglio, ma ciò può rassicurarci fino ad un certo punto: dopo gli anni del Covid tutte le economie occidentali sono vulnerabili rispetto ad un altro «imprevisto».

Quanto sta avvenendo, comunque, suggerisce due riflessioni. La prima riguarda il rapporto con la Cina e il suo capitalismo di Stato che non offre nessuna garanzia: noi, come per il Covid, abbiamo una contezza vaga dei dati reali dell'economia cinese e dell'andamento delle società. Li supponiamo visto che da quelle parti l'economia risponde più alle leggi della politica, o meglio del dirigismo del Partito comunista, che non a quelle di mercato. Basta un «bù» (un «no» in cinese) dello zio Xi, e una società di Pechino chiude i battenti, lascia debiti e i guai - viste le proporzioni di questi colossi - non si esauriscono dentro la Grande Muraglia. Un pericolo su cui avrebbe dovuto interrogarsi di più il governo Conte prima di imbarcarsi nell'avventura della Via della Seta. La seconda riguarda lo stato dell'arte in Italia. In un momento così delicato, tra maggioranza e opposizione c'è una polemica quotidiana su tutto che va ben al di là dei dettami del confronto anche duro. Sembra quasi che l'opposizione speri nella catastrofe. Un po' come fece con il precedente governo di centrodestra, quello di Silvio Berlusconi, a cui toccò in sorte la gestione della crisi finanziaria del 2008. Anche allora nessuna solidarietà, nessuna attenzione all'interesse generale, ma l'utilizzo della congiuntura internazionale negativa a scopi interni.

Alla fine però non solo tutti gli italiani - sia di destra, sia di sinistra - pagarono con le loro tasche la nostra incapacità di affrontare insieme la crisi, ma anche la politica fu emarginata dall'avvento dei governi «tecnici».

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