Brucia a Beirut un’altra ambasciata danese

Nessuna vittima nella sede diplomatica di Copenaghen, che era deserta E il premier norvegese chiede i danni alla Siria e vuole rivolgersi all’Onu

Gian Micalessin

da Gerusalemme

Ora non è più solo rabbia. Ora non è più solo indignazione. Ora è furia pura. Violenza brutale alimentata, incanalata, organizzata. Per capirlo basta guardare le immagini dell'ennesimo assalto all'ambasciata danese. Un'altra scorreria che ieri, dopo il rogo di Damasco, ha ridotto in cenere la rappresentanza diplomatica di Copenaghen a Beirut. Nei disordini libanesi non c'è nulla di spontaneo, nulla di naturale, nulla d'improvvisato. I dimostranti con le bandane verde e i versetti del Corano alla fronte raggiungono l'obiettivo a bordo di autobus e camion. Sono più di duemila e hanno con sé tutto il necessario per la loro missione incendiaria. Qualcuno trascina le scale, qualcuno sbarre di ferro per infrangere porte e finestre, altri scaricano taniche di benzina e gasolio. Dimostrare è solo un pretesto. Gli slogan servono solo ad alimentare il furore, innescare l'ira, raccogliere il coraggio prima dell'assalto a poliziotti, vigili del fuoco e truppe antisommossa.
«Allah Akbar», Dio è grande - ulula la valanga umana e un diluvio di pietre s'abbatte sugli scudi dei poliziotti. Vigili del fuoco e forze di sicurezza rispondono con lanci di lacrimogeni, cannoni ad acqua, cariche violente, impietose manganellate, ma l'impeto del Movimento nazionale per la difesa del profeta Maometto non si placa. Le ambulanze si fanno largo tra poliziotti e manifestanti, raccolgono dall'asfalto i feriti. Sulle lettighe si rivoltano ragazzi con la testa rotta, poliziotti insanguinati, vigili del fuoco malmenati, dimostranti intossicati dal gas. Uno di loro, prima vittima di questi disordini, si spegnerà in serata all'ospedale. Intorno al palazzo sede dell'ambasciata danese e di una banca austriaca gli scontri non si arrestano. Dopo un'ora la fiumana verde, l'orgia di slogan e furore ha la meglio. Pochi minuti e il rogo di Damasco si ripete. La folla acclama Allah e il suo profeta, le fiamme divorano le finestre, colonne di fumo nero s'avvitano al cielo. «Questo è il destino di tutti coloro che oseranno attaccare l'Islam e il profeta, bruceranno come questo palazzo, arderanno tra le fiamme dell'inferno», declama al megafono uno dei capipopolo. Per fortuna tra quelle scrivanie e quei classificatori in fiamme non c'è anima viva. Un po' perché è domenica. Un po' perché, nella notte, il ministro degli esteri di Copenaghen ha ordinato a diplomatici e connazionali di tapparsi in casa.
Ma il rogo libanese non minaccia solo la Danimarca. In una fiammata di rabbia settaria che rischia di resuscitare i fantasmi dell'antico conflitto la stessa folla musulmana dilaga tra le strade del quartiere cristiano di Ashrafyah, bersaglia di slogan e pietre la chiesa maronita, rovescia auto, infrange vetrate, minaccia i residenti. Un'ora dopo i maroniti delle montagne sono pronti alla rappresaglia. Scendono dal villaggio di Kahhaleh a est della capitale bloccano l'autostrada per Damasco, bruciano pneumatici, minacciano di marciare a loro volta i dimostranti musulmani. Mentre il primo ministro Fuad Siniora riunisce il governo Saad Hariri, il figlio dell'ex premier assassinato leader della coalizione antisiriana, denuncia una cospirazione per seminare il disordine. «Abbiamo arrestato un centinaio di provocatori stranieri (siriani e palestinesi, ndr), chi cerca di seminare il disordine sarà punito - promette Hariri - non tollereremo altri attacchi a chiese o ad ambasciate in nome dell'Islam». In serata il ministro degli Interni Hassan al-Sabaa ha offerto le proprie dimissioni.
Il governo danese intanto è sull'orlo dell'esasperazione. «Quando è troppo è troppo - sbotta il ministro degli esteri Per Stig Moeller - questa non più una reazione alle vignette, questo è un tentativo di provocare uno scontro tra culture che non giova a nessuno». I siriani, dopo aver assistito senza muovere un dito all'assalto all'ambasciata danese, accusano Copenaghen. «Il governo danese avrebbe potuto evitare tutto questo con delle semplici scuse - scrive il quotidiano governativo Al Thawra - ma preferisce prendere a pretesto la libertà di stampa per giustificare gli insulti a milioni di musulmani. Questo è ingiustificabile». Intanto, però, il premier norvegese Jens Stoltemberg ha detto che chiederà alla Siria di indennizzare i danni alla propria ambasciata a Damasco. «Sono accaduti fatti totalmente inaccettabili - ha aggiunto Stoltemberg -. Porteremo la questione davanti all’Onu».


Tremila sostenitori dei Fratelli musulmani, la principale forza d'opposizione egiziana, sono scesi in piazza al Cairo, chiedendo il boicottaggio dei prodotti danesi e norvegesi e la rottura dei rapporti diplomatici con i due Paesi. I loro leader hanno però esortato le folle a dimostrare pacificamente e a non commettere violenze.

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