Calcoli politici e paura: così il Carroccio si riscopre neutralista

Dietro l’astensione sulla missione il timore di un’ondata migratoria. Proprio alla vigilia delle amministrative

Calcoli politici e paura: così il Carroccio si riscopre neutralista

Roma - «È la Lega, paradossalmente, a difendere l’interesse nazionale, proprio come sta facendo la Germania. Chi si riempie la bocca di patriottismo forse non pensa alle conseguenze che per l’Italia avrebbe una guerra. Noi non temiamo le ripercussioni militari di Gheddafi, ma le migliaia di profughi e di disperati che si riverserebbero sulle nostre coste. A chi toccherebbe prenderseli sul groppone? All’Italia, non certo alla Francia. E allora dobbiamo stare molto attenti, l’abbiamo detto fin da subito, il braccio di ferro militare è un errore».

Quel che Roberto Maroni ha confessato ai suoi più stretti collaboratori rispecchia i sentimenti che agitano il Carroccio in queste ore. Attaccata da sinistra e da destra per la freddezza sulle celebrazioni unitarie, isolata sul no all’intervento in Libia, i vertici del partito stanno riscoprendo l’antico dna della Lega, autonomista e neutralista (l’opposizione di Bossi ai bombardamenti su Belgrado del ’99). Con il paradosso ulteriore che la Lega, fortemente critica in passato sulle cerimonie beduine del Raìs (personaggio detestato dalla base), è ora il partito più prudente sul rovesciamento militare del governo di Tripoli.

La leva principale di questa prudenza leghista, che ha il suo epicentro in Maroni (è lui che ha «dato la linea» a Bossi, dal privilegiato punto di osservazione del Viminale), è lo spettro dei barconi di immigrati che potrebbero invadere le nostre coste. «Non siamo mai stati amici di Gheddafi, ma con lui c’era un accordo, è servito da tappo per l’immigrazione. Cosa succederà senza di lui?», si interroga Maroni nei colloqui privati. Bossi e i suoi, in versione «nazionalista», covano il sospetto che l’intervento militare rischi di «servire più agli interessi americani che a quelli italiani». Un timore che aveva trovato una traduzione in una dichiarazione, stavolta ufficiale, ancora di Maroni, quando aveva invitato gli americani a «darsi una calmata». E anche Bossi parla molto chiaro: «Con i bombardamenti verranno qui milioni di immigrati. Il Cdm aveva rallentato l’appoggio con una posizione cauta di non partecipazione diretta. Poi c’è qualche ministro che crede di essere più del premier e parla a vanvera. La posizione più equilibrata è quella della Germania. Era meglio essere più cauti. Io penso che ci porteranno via il petrolio, il gas e tutto». Poi in serata la stoccata ai francesi: «Il mondo è pieno di abilissimi democratici, da Napoleone in poi, che sanno fare i loro interessi. Mentre noi siamo abilissimi a prenderla in quel posto».

L’instabilità nel Mediterraneo e in particolare della Libia (una sorta di «dogana» per i flussi migratori) tocca un tasto sensibile per la Lega, l’immigrazione, che è poi la materia di competenza di Maroni, che si troverebbe a dover gestire una situazione molto complicata se si realizzassero i timori dell’invasione. Un effetto boomerang che per la Lega sarebbe una tragica beffa.

Da qui lo «smarcamento» leghista rispetto al Pdl ma anche al Pd (e persino Idv), tutti interventisti. Ma, per una curiosa coincidenza temporale, non è l’unico movimento centrifugo del Carroccio nelle ultime settimane. Anche la festa dell’unità d’Italia ha dato la stura al nodo latente dell’asse Pdl-Lega, cioè l’opposta sensibilità sul riconoscimento dello Stato unitario e centralista. La ricorrenza, decisa all’ultimo (senza l’appoggio della Lega), ha prodotto una serie di frizioni sia a livello nazionale che locale. L’epicentro è in Lombardia, regione dove la tensione Pdl-Lega è più alta. E qui entra in gioco l’altra variabile del nuovo «isolazionismo» leghista, cioè le amministrative di maggio. La campagna elettorale funziona da acceleratore delle divisioni, scatenate dalla retorica sui 150 anni. La Lega e il Pdl bisticciano pesantemente in Regione Lombardia, con Formigoni accusato dai leghisti (tutti di prima linea, come Davide Boni, Andrea Gibelli e Stefano Galli) di voler mettere il cappello su tutte le iniziative (anche l’apertura del Pirellone il 17 marzo) e di tentare di sabotare la Lega ad ogni occasione (ultima, il sondaggio promosso sul sito di Formigoni a proposito della data per la festa della Lombardia proposta dalla Lega).

Le frizioni si riverberano anche nella scelta dei candidati per comuni e province. La Lega ha scelto la via solitaria, senza Pdl, in molte città anche importanti come Bologna, Trieste, Treviso. Problemi con i ciellini-pidiellini a Pavia, dove bisogna decidere chi candidare alla Provincia. Problemi anche a Varese, cuore del leghismo, dove il Pdl sta lavorando ad un candidato forte (l’assessore Cattaneo) da contrapporre ad Attilio Fontana della Lega.

Per non parlare di Busto Arsizio e Gallarate, dove non c’è solo il Pdl da «contrastare», ma anche il «cerchio magico» della Lega stessa, che sta cercando - dicono i leghisti - di fare la partita sua, a spese di Maroni e Giorgetti. Nemmeno da soli si può stare in pace.

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