Caruso difende la guerriglia, poi prova a smentire

Il no global annuncia che chiederà un’amnistia generalizzata e per l’Unione scoppia il bis del caso Ferrando. La ds Turco: parole gravissime e inaccettabili

Roberto Scafuri

da Roma

Dai candidati impresentabili alle interviste impossibili: dopo il caso del trotzkista fondamentalista, ecco quello del disobbediente che giustifica i teppisti di Milano proprio mentre il Parlamento si appresta a sentire il ministro Pisanu sugli incidenti (la decisione verrà oggi da una capigruppo). L’intervista (vera o presunta) a Francesco Caruso, candidato indipendente nelle liste di Rifondazione, manda all’insù la febbre elettorale. «Ci risiamo»: giro di telefonate tra i leader dell’Unione, la diessina Livia Turco scelta per aprire il «fuoco amico», il radicale Capezzone candidatosi a piromane: «Caruso civetta con l’estremismo: Bertinotti vuole contemporaneamente la botte piena, la moglie ubriaca e magari anche l’uva nella vigna...». La Turco è per la fatwa: «Parole gravissime e inaccettabili, incompatibili con il programma dell’Unione...».
In effetti i giudizi attribuiti dal Quotidiano nazionale a Caruso non erano proprio lievi: «Prima di condannare, prima di giudicare, vediamo come sono andate le cose, cerchiamo di capire se ci sono state provocazioni... Io non condanno nessuno che si scaglia contro chi fa professione di nazifascismo: prima di condannare, come stanno facendo in queste ore i dirigenti dell’Unione, dovrebbero interrogarsi sul perché di quella manifestazione... Sono uno dei settemila ragazzi inquisiti in Italia... È per loro che mi batterò se arriverò in Parlamento, chiedendo un’amnistia generalizzata...». Il centrodestra va all’attacco, quasi non credendo al regalo. Tocca al segretario rifondatore Bertinotti riportare la temperatura sotto controllo. Chiede spiegazioni al giovane Caruso, quindi rassicura la Turco per tutti: «L’intervista non è mai stata rilasciata». L’Unione pare placarsi, la Cdl non crede alla smentita.
Già perché nel frattempo il disobbediente beneventano smentisce a raffica, anzi, ribalta i giudizi (oggi su Liberazione e Repubblica): «Le forme di protesta di Milano non mi sembrano solo distruttive, ma anche autodistruttive... In ogni caso non le condivido. Fosse stato per me avrei optato per tattiche di resistenza passiva, senza sfasciare alcuna macchina e magari costringendo i poliziotti a portarci in braccio uno per uno... Insomma, non bisogna rispondere alle provocazioni e seguire la destra e i nazisti sul piano della violenza». Anche alle agenzie di stampa invia una prima nota, per sostenere che l’intervista «è inventata di sana pianta dall’inizio alla fine» e che «mi tutelerò nelle sedi dovute». La replica del direttore del quotidiano bolognese, Giancarlo Mazzuca, dà totale fiducia al corrispondente da Napoli: «Confermiamo riga per riga l’intervista, il collega Femiani ha chiamato al telefono Caruso per ben tre volte... E le dichiarazioni di Caruso non sono certo una novità...». Caruso difatti ha già parlato di amnistia in altre interviste, ma precedenti ai fatti di Milano. La querelle continua, il disobbediente invia un’altra nota alle agenzie: «Sì mi hanno chiamato, peccato però che io non abbia mai risposto». Resterà negli annali come il caso (insoluto) dell’«intervista fantasma». Nell’autodifesa davanti ai vertici di Rifondazione il giovane candidato avrebbe chiarito di aver parlato con quel giornalista, ma dieci giorni prima dei fatti di Milano. E avrebbe fatto notare che nella stessa giornata è uscita un’intervista autentica sul Corriere della Sera, tutta improntata a scongiurare attacchi e strumentalizzazioni contro Rifondazione.
Le ritrattazioni non sono ritenute credibili dal centrodestra. «Come credergli?», dice il ministro leghista Castelli, che ribadisce come il giovane candidato già parli di «una legge ad personam per sé e per i suoi amici». Il leader di An Fini invece sottolinea che Caruso «è il capo dei disobbedienti napoletani, ha una fedina penale lunga due chilometri e ha detto che andrà in Parlamento per non andare in galera.

Dietro l’aria bonaria di Prodi l’Unione maschera gli estremisti, i no global, i Caruso...». Sono in molti a dubitare, a chiedere che Bertinotti ritiri Caruso, dopo Ferrando. Anche volendo è troppo tardi. Sbagliando, però, si rischia di imparare.

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