Casini: «La legalità va difesa sempre e senza scorciatoie»

Il presidente della Camera presenta il libro del Ds Salvi sui costi della politica e difende le scelte di Pisanu: «Ottimo ministro, ho piena fiducia in lui»

Luca Telese

da Roma

Si potrebbe partecipare, a certe presentazioni talvolta noiosissime - quando il parterre è di questo livello - anche per godersi una sola battuta, un’immagine, un fotogramma, che ti ripagano del tempo impegnato. Prendi ad esempio ieri. Alla sala della stampa Estera si presentava il libro di Cesare Salvi e Massimo Villone su Il costo della democrazia (Mondadori, 192 pp. euro 16.50), l’argomento è interessantissimo, il saggio pure, solo che il moderatore, Mario Pirani, ha un passo soporifero, e l’ex presidente del Senato Nicola Mancino ci mette una pietra tombale sopra, perché dice cose molto interessanti con tono molto noioso e lingua quasi arcaica: tutti parlano di tutto, ma purtroppo non parlano della stessa cosa. Né tantomeno, come spesso accade, del libro. Pier Ferdinando Casini ha in mente la proporzionale e l’immagine della Camera, Mancino il sistema elettorale tedesco, Massimo D’Alema deve regolare, con perizia e cattiveria spettacolari, qualche piccola questione interna con i due autori (che militano nel suo partito, ma in una corrente opposta), entrambi i leader hanno l’esigenza di dire qui, a margine, il loro parere sulla Tav. La sala è stipata, l’aspettativa pare delusa, ma ecco che i due mattatori tirano fuori la gag che vale «il costo del biglietto». Tutto merito del presidente della Camera, che dopo una breve digressione sul bipolarismo nelle istituzioni, chiude con una improvvisata, apparentemente casuale (ovviamente non ci crede nessuno) puntura di spillo al leader dei Ds. «... per quel che mi riguarda - dice col sorriso che già gli affiora sulle labbra -. I tempi cambiano, i presidenti pure: ma può darsi che il prossimo non sieda troppo distante da questo tavolo». Non si può descrivere (ve la dovete immaginare) la faccia di D’Alema, possibile candidato: era lì, con le palme della mani appoggiate sulla faccia e la solita maschera impassibile, e improvvisamente si colorisce, viene attraversato da un taglio di sorriso che dice almeno tre cose insieme (una sicuramente è: non mi farebbe per nulla schifo) e incassa il colpo. Casini è in gran forma, infila un’altra battuta a Mancino che si lamentava di essersi logorato la voce durante le votazioni, pur non avendo parlato («Casomai i polpastrelli, allora, Nicola»), taglia il fiato a Pirani che presentandolo aveva parlato del suo «passo avanti» in politica e non sapeva come uscirne («Finiscila lì, che ti tolgo dall’imbarazzo prima che inneschi una crisi istituzionale», e giù risate).
Casini parla di costi della democrazia, di sistemi elettorali, di istituzioni e federalismo, dunque, ma trova anche il modo di dare un giudizio sulla Tav: «La legalità - afferma - è un valore che va difeso sempre, in Val di Susa come a Bologna, non ci possono essere esitazioni». E poi, prendendo le difese di Pisanu: «È un uomo responsabile, un ministro ottimo e ho piena fiducia in lui - aggiunge - credo che dobbiamo assumerci la responsabilità anche di decisioni difficili come quella che ha assunto il ministro dell'Interno che deve difendere la legalità ovunque, perché non ci possono essere doppi sensi, né esitazioni e neanche scorciatoie».


Non sono parole improvvisate, se è vero che una settimana fa, a Palermo, il leader dell’Udc aveva dedicato una parte del suo discorso più importante alla crisi della Val di Susa: «È una storia emblematica, quella di un paese in cui tutti sono d’accordo a fare le cose, solo se non entrano nel loro orticello, solo se non è a casa loro. Questo è un modo di pensare che non possiamo accettare».

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