Caso Battisti, il Brasile decide l'estradizione: lui è più di là che di qua

Mentre la polizia tiene in galera un papà innocente, l'Alta Corte si spacca sull'ex terrorista. A decidere la sua sorte sarà un solo voto

Caso Battisti, il Brasile 
decide l'estradizione: 
lui è più di là che di qua

Ha messo a repentaglio anche i rapporti calcistici fra i due stati. Peggio che sfregiare la cappella Sistina. Italia-Brasile, da quando c’è di mezzo Cesare Battisti, è un match che potrebbe finire male. Malissimo. Ora, ci siamo. Fra domani e dopodomani, dopo mesi e mesi di melina imperscrutabile, l’Alta Corte di Brasilia deciderà se estradare a Roma Battisti oppure tenerlo in patria. Riconoscendo quello status di rifugiato politico già concesso, fra le polemiche, dal ministro della Giustizia Tarso Genro. I pronostici sono incerti. Il relatore del caso, Cezar Peluso, si è dichiarato favorevole all’estradizione e ha inviato ai colleghi il proprio parere, comprimendo centottanta pagine di riflessioni su compact disc. Ma è difficile capire come voteranno i colleghi. Nove in tutto. Perché un giudice è morto qualche settimana fa e un altro è in permesso medico. Secondo i quotidiani brasiliani il collegio è spaccato in due e il verdetto finale sarà cinque a quattro. In un senso o nell’altro. La magistratura potrebbe adeguarsi al volere del potere politico e chiudere la porta in faccia all’Italia. Oppure, potrebbe sganciarsi dai desiderata del Governo Lula e arroccarsi su una posizione squisitamente tecnica. Che, secondo molti osservatori, avrebbe come conseguenza l’imbarco immediato di Battisti su un volo con destinazione Roma. Nell’attesa, l’Italia fa i conti con un passato che rialza la testa. Cesare Battisti è il nome più famoso dei Pac, una meteora nella stagione luttuosa del terrorismo italiano. Ma quel gruppuscolo, attivo alla fine degli anni Settanta fra Milano e il Nordest, firmò quattro delitti feroci e uno in particolare, quello dell’orefice Pierluigi Torregiani, è conficcato come una lama nella memoria di almeno due generazioni di connazionali. Torregiani era un orefice con vetrina alla Barona, quartiere popolare alla periferia di Milano, ed ebbe la malaugurata idea di colpire a morte un rapinatore che era entrato nel ristorante in cui stava mangiando una pizza. Nel loro delirio, i Pac pensarono bene di vendicare il malvivente ucciso. Fu una mattanza: Torregiani morì ma prima di cadere riuscì a rispondere al fuoco. Nello scambio di pistolettate fu colpito anche il figlio Alberto, che era con lui, e oggi Alberto è su una sedia a rotelle. Una tragedia nella tragedia. Per quel poker di omicidi, Battisti è stato condannato all’ergastolo, ma il suo caso è diventato una via crucis internazionale. Prima in Francia, dove l’uomo si era rifatto una vita come affermato scrittore di gialli, e poi in Brasile. A Parigi la gauche si mobilitò, sostenendo tesi al limite dell’incredibile e paragonando l’Italia ad una dittatura sudamericana. Quando finalmente il governo decise di rispedircelo, Battisti sparì nel nulla. Per riemergere in Brasile dove ora si gioca la partita decisiva. Complicata, se possibile, dal nuovo incidente nei rapporti bilaterali: il poco convincente arresto dell’imprenditore Giuliano Tuzi, accusato di molestie nei confronti della figlioletta. Battisti attende nel carcere di Papuda, non lontano da Brasilia. E da Papuda continua a lanciare proclami, ora malinconici ora minacciosi, spesso confusi, come l’ultimo: «L’Italia, che ha imparato molto dal calcio di Kakà, potrebbe ora imparare dalla saggezza brasiliana che ha ispirato l’amnistia che tanto ha contribuito alla democratizzazione di questo Paese.

Un giorno tornerò in Italia da uomo libero». Da Milano, Alberto Torregiani è più stringato. Quasi telegrafico: «Spero che il Brasile ci rimandi Battisti. In manette. Altrimenti, andrò di persona laggiù a riprenderlo».

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