CI FARANNO PAGARE IL LORO FALLIMENTO

Ogni volta che George Bush gli dava una pacca sulla spalla, Romano Prodi perdeva voti dalla tasca della giacca. L'elettorato del centrosinistra infatti è drammaticamente spaccato e la visita del Presidente degli Stati Uniti è servita a mettere a nudo la crisi profonda in cui si dibatte la maggioranza.
Le immagini di una piazza vuota e una piena - la prima governativa che sogna «un'altra America» che non esiste, la seconda disobbediente che non riesce a uscire dal tunnel retorico «del no all’America di Bush» - sono l’immagine plastica del risultato politico della visita romana del Presidente degli Stati Uniti.
Dopo le urne, anche le piazze, care al centrosinistra, si sono svuotate. La manifestazione di lotta e di governo in piazza del Popolo era meno affollata di una riunione di condominio. È un campanello d’allarme enorme per chi ha sempre usato la forza d’urto della «massa» nella lotta politica. L'attuale classe dirigente della sinistra italiana, in larghissima parte figlia del Sessantotto, può abbandonare perfino il controllo delle istituzioni, ma non può permettersi di perdere quel consenso popolare che le ha consentito di perpetuarsi, credere di essere nel giusto e perseverare nei propri errori.
Il regolamento di conti si aprirà dentro la sinistra (perfino i Verdi si sono spaccati) e nella maggioranza tutta perché tra le assenze che brillavano nel parterre della politica, c'era anche quella del Partito democratico. Un fantasma che non è riuscito a palesarsi neppure nell'incontro con Bush, a meno che non si voglia pensare che D'Alema e Prodi rappresentavano il Pd e non la Presidenza del Consiglio e la Farnesina, istituzioni della Repubblica e non partiti politici.
Dopo un anno a Palazzo Chigi, il governo non ha ancora deciso se restare in Occidente - pagandone il prezzo - oppure continuare a stare nel limbo di una politica estera priva di identità e pronta a fare ampie concessioni a interlocutori imbarazzanti come Hezbollah, Hamas e l'Iran di Ahmadinejad. Il bilancio dell'incontro bilaterale Italia-Stati Uniti andrà fatto non sulle cose dette ufficialmente, ma sul non detto, su un dietro le quinte di silenzi che costituisce un lungo rosario di problemi evitati solo per ragioni di bon ton diplomatico. Il dibattito dagli Affari Esteri scivolerà subito sulla politica interna, perché è su quel terreno che si misureranno il presunto riformismo e il certo massimalismo che non si conciliano nella maggioranza. Gli effetti immediati del dopo-Bush non saranno sulla politica estera, ma su quella economica. I partiti della sinistra, che ieri sono stati sfrattati dalla piazza a vantaggio dei movimenti noglobal e di formazioni politiche extraparlamentari emergenti (per esempio, il partito neocomunista di Marco Ferrando, espulso dal Prc dopo il voto sull’Afghanistan), cercheranno di riconquistare il consenso perduto attraverso «le politiche sociali» e, per riuscirvi, non avranno altro strumento che quello di imporre diktat sui contenuti del prossimo Documento di programmazione economico-finanziaria.

Ma prima ancora, Rifondazione e soci, non potranno perdere la partita sulle pensioni.
Ce n’è abbastanza per dire che il tentativo di riconquistare spazio a sinistra, peserà sul sistema previdenziale e si tradurrà in un aumento della spesa pubblica.

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