In Cina il partito ora decide quando piove

Nel piano quinquennale inserita la lotta alla siccità: aumento obbligatorio delle precipitazioni del 10%

In Cina il partito ora  decide quando piove

Per la Cina 120 milioni di euro non sono certo una fortuna, ma il fatto che nel nuovo piano quinquennale Pechino abbia stanziato questa somma per aumentare le precipitazioni nelle sue cinque province più colpite dalla siccità ha destato egualmente una certa sensazione negli ambienti scientifici, soprattutto americani.
Gli studi per creare pioggia artificiale non sono certo una novità (anche in Italia è stato compiuto qualche tentativo negli anni Settanta, poi abbandonato), e sia la Nasa, sia l’Istituto Weizmann di Israele ci stanno lavorando seriamente: su YouTube esiste perfino il video di una macchina che produce una gigantesca nuvola, da cui poi è sceso un breve rovescio. Ma tutto quello che i cinesi intraprendono viene preso particolarmente sul serio. Non per nulla, alla vigilia delle Olimpiadi, erano già riusciti ad assicurare il bel tempo durante la cerimonia d’apertura «seminando» nei giorni precedenti le nuvole sopra la capitale con ioduro d’argento, un agente chimico che sembra favorire l’aggregazione delle molecole d’acqua per creare grandi gocce abbastanza pesanti da cadere al suolo.
L’obbiettivo che i cinesi si prefiggono è di aumentare entro il 2015 le precipitazioni nelle zone prescelte del dieci per cento, al fine di renderle più fertili ed incrementarne la produzione alimentare. Un obbiettivo più che legittimo, ma tutt’altro che facile da raggiungere, perché finora questi interventi si sono svolti su un fronte di poche decine di chilometri e hanno richiesto comunque la presenza di nubi. Allargarli a intere province e produrre la bellezza di 280 miliardi di metri cubi di precipitazioni artificiali è considerato, al momento, al di là delle capacità della geo-ingegneria, e qualcuno ritiene che gli estensori del piano quinquennale cinesi siano in preda a un delirio di onnipotenza. Tuttavia, poiché il progetto nasce in un Paese che negli ultimi anni è riuscito a stupire il mondo con i suoi progressi tecnologici, altri tendono a prenderlo sul serio.
Inutile dire che un successo cinese nel controllo del clima costituirebbe una rivoluzione che, con il tempo, interesserebbe l’intero pianeta. Si pensi soltanto ai cambiamenti che porterebbe in Africa, un continente che Pechino negli ultimi anni ha cominciato a colonizzare, creandovi grandi aziende agricole e trapiantandovi decine di migliaia dei suoi contadini, ma scontrandosi spesso proprio col problema della siccità. Qualcuno teme perfino che in futuro la capacità di controllare la pioggia possa diventare un’arma, nel senso di dare ai suoi detentori la possibilità di provocare grandi inondazioni in territorio nemico. Per ora, è fantascienza. Ma negli Stati Uniti il progetto Haarp, gestito dalla Nasa, con lo scopo - apparentemente innocente - di «comprendere meglio il sistema di funzionamento interno delle nuvole e raccogliere un database di informazioni che permetta di sviluppare un modello per stimare la quantità di precipitazioni che può cadere su un punto della superficie terrestre» è stato accusato da numerosi blogger di avere contribuito all’ultima esondazione del Mississippi. La Nasa ha ovviamente smentito, ma Walt Petersen, uno degli scienziati addetti al progetto, non ha negato che il fine ultimo dovrebbe essere «il controllo climatico globale».
Siamo ancora ben lontani da questo, ma non siamo neppure fermi alla «danza della pioggia» con cui ancora oggi le popolazioni primitive usano invocarla.

Il fatto che i cinesi, notoriamente corresponsabili del cambiamento climatico che - secondo molti esperti - sta cambiando il regime delle precipitazioni a livello globale, abbiano deciso di impegnarsi in questo senso è, nello stesso tempo, positivo e negativo: positivo, perché un successo costituirebbe un importante passo avanti per tutta l’umanità; negativo perché darebbe a Pechino, almeno per un certo periodo, nuovi poteri e nuova influenza su tutti i Paesi alle prese con la siccità. Insomma, un altro passo verso la nascita del «secolo cinese».

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