Con Di Consoli Cristo è ancora fermo a Eboli

Andrea Di Consoli ha trent’anni ma sono dieci anni che sembra ne abbia quaranta. È un complimento? È prima di tutto una constatazione ma anche un complimento. Nessuna posa giovanilista ha mai banalizzato le sue pagine.
A venticinque anni ha scritto una delle poesie italiane più belle del Terzo millennio, Alcuni inventano storie allucinanti, straordinaria epopea di vecchi amanti con dentro una lista di sofferenze adulte che anche un cinquantenne avrebbe faticato a mettere insieme. Si veste con le camicie che mettevano i nostri genitori quando avevano la sua età, ha la faccia di un fumatore di nazionali senza filtro, non certo di un frequentatore di happy hour. E anche questi sono complimenti. Lo spostamento cronologico deve qualcosa allo spostamento geografico: lucano nato a Zurigo, Di Consoli è cresciuto nell’ambiente dell’emigrazione, con tutto ciò che di conservativo e nostalgico ne consegue.
Adesso si cimenta col romanzo, Il padre degli animali (Rizzoli, pagg. 192, euro 16,50), che potrebbe sottotitolarsi «Cristo è ancora fermo a Eboli». Siamo sempre in Lucania, o Basilicata che dir si voglia, in un paese dell’interno, lontano dal mare, dal capoluogo e dalle principali vie di comunicazione. E soprattutto siamo in pieno Antico Testamento. Il padre del titolo è sentenzioso come un personaggio biblico e circondato dalle sue bestie fa venire in mente Noè. Si vive esplicitamente in attesa del Messia perché ci vorrebbe appunto un miracolo per liberare il paese dalla maledizione. «Questa terra è un tranello del demonio». Non c’è lavoro, non ci sono soldi, tutti si odiano e tutti sono malati. Pancreatiti, tumori, cancrene e spaventose malattie senza nome. Le anime sono ridotte se possibile peggio dei corpi e quando la disperazione si fa intollerabile ecco gli episodi di autolesionismo e i suicidi, alla maniera antica, per impiccagione. Non stanno bene nemmeno gli animali, i conigli nascono morti, i maiali sono nervosi e non ingrassano, i tacchini sono lì per tirare le cuoia e pure il gatto è invalido ma stavolta la colpa è del padre, che gli ha cavato un occhio senza motivo apparente.
Non è lettura amena, questo romanzo popolato di brutti sporchi e cattivi, disgraziati senza senno e senza pensione, senza famiglia o abbandonati dai figli che molto comprensibilmente hanno tagliato la corda per andarsene al Nord. Ci sono pagine che ricordano Rocco Scotellaro e quindi sembra di essere negli anni Cinquanta ma poi si scopre con raccapriccio che Il padre degli animali è ambientato nel presente ed è quindi il romanzo dell’eterna montagna meridionale, quella che perde ininterrottamente abitanti da quasi un secolo e mezzo (dall’Unità d’Italia, e ci siamo capiti).
A questo punto siamo dalle parti di Franco Arminio, lo scrittore che ha raccontato con alti esiti letterari la sua depressione personale e quella collettiva dell’Alta Irpinia.

Con una differenza: Arminio è un materialista senza nemmeno l’ipotesi di una speranza, mentre Di Consoli è un visionario, non peccherebbe di incoerenza se inscenasse un lieto fine capace di tranquillizzare il lettore. E invece niente, il romanzo finisce col padre a terra rantolante (tentativo di suicidio? coccolone?).

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