La cronaca e la corte dei guardoni

Il probabile divorzio fra la signora Veronica Lario e Silvio Berlusconi riempie le cronache. La notorietà dei personaggi, in particolare la notorietà di Berlusconi, spiega l’ingordigia con cui i media si sono precipitati sulla notizia. I personaggi pubblici, dello spettacolo ma anche della politica, pagano questo prezzo e sono costretti a subire l’invasione della loro privacy. In questo caso i media sono stati sollecitati dapprima da un comunicato della signora Lario poi ancora da sue dichiarazioni.

Spesso la scena mondiale è stata occupata da vicende private che hanno invaso la politica. Basterà ricordare la crisi del matrimonio fra Hillary e Bill Clinton quando buona parte della stampa «democrat» insorse a difesa di Bill contro l’invadenza dei repubblicani, il recente divorzio e le nuove nozze con Carla Bruni del presidente francese Sarkozy che conquistarono le prime pagine della stampa mondiale, infine la decennale diatriba fra Carlo d’Inghilterra e la principessa Diana. Quando quest’ultima morì in un incidente d’auto a Parigi molti lamentarono l’eccessiva invadenza dei media.

L’Unità, che io all’epoca dirigevo, scrisse un titolo clamoroso che sollevò scandalo. «Scusaci principessa» proclamammo in prima pagina nel tentativo di sottolineare la drammaticità di un evento provocato forse dalla fuga di Diana dall’assedio dei fotografi. Fu un titolo criticato, ma le intenzioni erano serie. Volevamo stabilire un sottile linea di confine fra il diritto dell’opinione pubblica a essere informata sui fatti inerenti la vita privata dei personaggi pubblici e la necessità di mantenere il senso della misura nella caccia alla notizia. La domanda era ed è: c’è una soglia di privacy che non va varcata anche quando ci si occupa di personalità pubbliche? Nel caso del divorzio probabile fra Veronica Lario e Silvio Berlusconi il problema non è nella notizia in sé né tanto meno nella legittimità di dare a essa l’enfasi giusta. Probabilmente la signora Veronica voleva provocare il clamore che ne è seguito. La sottile linea di confine fra la pubblicità della notizia e il buon gusto riguarda tutto ciò che viene dopo.

Leggendo alcuni quotidiani e molti blog dedicati all’evento non ci si sottrae all’impressione di un uso politico di una vicenda che era e resta privata. Abbiamo letto nei blog frasi ingiuriose contro Berlusconi ma anche adirate contro la signora Lario. Alcuni commentatori hanno tratto dalla vicenda nuovo spunto per descrivere il premier come un califfo di dubbia moralità. Un blogger di sinistra, Mario Adinolfi, ma anche Vittorio Sgarbi, hanno ritenuto di iscrivere il probabile divorzio fra i fatti politici di primaria importanza. Spesso, in questi giorni, la soglia della privacy e del buon gusto è stata abbondantemente superata. Berlusconi rischia di avere da alcuni media e da alcuni settori della pubblica opinione un trattamento ancora una volta «speciale», al limite dell’accanimento.

La politica italiana ha conosciuto mille casi di rotture matrimoniali con esiti diversi nell’immaginario collettivo. Il Pci nascose pudibondo la relazione fra Togliatti e Nilde Jotti, le «marachelle» del presidente Gronchi furono oscurate dalla stampa dell’epoca, in tempi recenti Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini hanno esibito sia le proprie disavventure coniugali sia le fortune dei matrimoni successivi. Il diritto di cronaca non ha quasi mai superato la soglia del buon gusto e della riservatezza finale. Non sta accadendo lo stesso nel caso di Berlusconi. Molti diranno che tutto ciò deriva dalla particolarità del personaggio Berlusconi, da quella sua predisposizione a trasformare l’intera sua vita in un evento mediatico. Indubbiamente con Berlusconi siamo passati dalla fase del totus politicus a quella del totus mediaticus.

L’uomo privato Berlusconi non esiste divorato dal carattere pubblico della sua personalità che, secondo alcuni analisti, è anche la fonte del suo successo. Infatti il problema non è lui, Silvio Berlusconi. Il problema è dei suoi cantori e dei suoi detrattori. L’accanimento mediatico sui retroscena di un divorzio probabile e l’uso politico di una dolorosa vicenda coniugale ci aiutano, infatti, a capire lo spirito pubblico e il ruolo dei protagonisti esterni, quelli che raccontano, che spiegano, che tifano. Riemerge in alcuni commenti un moralismo di fondo che confligge con una visione laica e tollerante delle vicende umane di tutti, anche dell’uomo più potente.

Sul piano dei diritti il potere presuppone pubblicità ma non il vilipendio della persona. In un Paese civile l’opinione pubblica viene informata sui fatti privati dei potenti ma viene anche abituata a non varcare la soglia della privacy e del rispetto.

Cavalcare il divorzio di Berlusconi non porta voti ai suoi avversari né diminuisce la sua popolarità. Non è un fatto politico. Questo dramma coniugale – perché un divorzio è un fatto drammatico – non merita una corte di guardoni. Un passo indietro, per favore.

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