Una legittima difesa che farà bene al Paese

Una legittima difesa che farà bene al Paese

Caro direttore, qualcuno potrebbe interpretare, e avrebbe i motivi per farlo, l'ipotesi di un'intesa tra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi su legge elettorale (un proporzionale sul modello tedesco) e data delle elezioni (il 24 settembre o il primo giorno di ottobre) come una legittima difesa. In fondo lo schema alternativo, cioè una legge elettorale con il 50% dei seggi assegnati con il sistema uninominale e gli altri con il proporzionale, che va sotto il nome di «Mattarellum modificato», frutto di un approccio tra il segretario del Pd e Matteo Salvini, al di là dei tecnicismi, punta, infatti, a privare Forza Italia della propria autonomia politica, a depotenziarne l'egemonia sul centrodestra, e in ultimo, magari, a dividerne le spoglie elettorali (gli elettori più moderati verso il Pd e i più radicali verso la Lega). Una sorta di patto Ribbentrop-Molotov (l'accordo con cui Hitler e Stalin si spartirono la Polonia) applicato alla politica italiana, contro cui la vittima designata (il Cav) non poteva non reagire: pena il suo ridimensionamento politico.

Ma la controffensiva messa in piedi da Berlusconi, cioè la ventilata intesa tra lui e Renzi su come e quando andare al voto, non è una strategia di difesa o, comunque, non solo. Anzi. Semmai l'approdo al proporzionale è il tentativo in una fase di grandi rivolgimenti politici a livello internazionale (elezione di Trump, Brexit, Macron in Francia), di ridisegnare una geografia politica più precisa, basata sui programmi e sui valori e non su coalizioni che, nel tempo, si sono trasformate in meccanismi coercitivi. Inoltre è lo sforzo di immaginare una mappa semplificata, in cui siano spazzati via soggetti politici, frutto delle incrostazioni del passato, che trovano la ragion d'essere più su interessi di potere, che non su proposte politiche: sia Berlusconi sia Renzi, a quanto pare, sono intenzionati, infatti, a importare quella soglia del 5% per l'ingresso (...)

(...) in Parlamento che è alla base del modello tedesco, e che da noi farebbe strage in quell'arcipelago di partitini situati al «centro».

In ogni caso il proporzionale, in questa visione, è l'occasione di un ritorno al futuro: un tuffo nella prima Repubblica per cominciare a disegnare la terza. Da questo processo, infatti, le vecchie alleanze - si spera - potranno uscire rinvigorite su basi più chiare sul piano programmatico e dei rapporti di forza: insomma, staranno insieme, perché vorranno stare insieme, assumendo i diritti e i doveri di una coalizione. O nasceranno nuovi equilibri tutti da inventare. Di sicuro, però, il prossimo Parlamento, sarà una fotografia più precisa degli umori e dei desideri dell'elettorato, una condizione fondamentale per riavvicinare le istituzioni al Paese.

Anche perché in vent'anni molto è cambiato. Sullo scenario si sono affacciati nuovi problemi, o i vecchi hanno assunto dimensioni epocali: dalla globalizzazione all'Europa, dall'immigrazione al lavoro. Questioni che hanno cambiato il profilo e il comune sentire delle forze politiche. Cinque anni fa, ad esempio, nel nostro Parlamento il fiscal compact aveva tanti padri. Oggi è del tutto orfano, disconosciuto da quasi tutti. A destra come a sinistra. Se un tempo la formula «ce lo chiede l'Europa» era pronunciata con solennità, ora è accompagnata dal tono scettico che evoca una delusione o un sogno svanito. A destra come a sinistra. E ancora, in politica nuove identità hanno coniato inedite espressioni lessicali, trasportate dal passato al presente: populisti, sovranisti. Come pure vecchi tabù, sono messi in discussione. Tipo le intercettazioni per vent'anni considerate un totem intoccabile (ne è stata distrutta solo una, quella che coinvolgeva l'ex capo dello Stato, Giorgio Napolitano). Ora, dopo la vicenda delle intercettazioni taroccate del «caso» Consip, sono Renzi e i suoi ad averle messe nel mirino. Trovando la solidarietà del Cav, che, comunque, rammenta che quando ne fu vittima a sinistra nessuno si mosse. E sull'altro versante, a Panorama, forse, proprio per risarcirlo, come se i due stessero ballando un minuetto, il segretario del Pd, il personaggio del game over, ricorda: «Nei giorni in cui il Parlamento decise la decadenza di Berlusconi chiesi, sommessamente, e forse sono stato l'unico, se c'era un modo per salvarlo. Ma il presidente della Repubblica e il premier di allora, mi risposero che non c'era nessuna possibilità... Ora su altre vicende qualcuno ha detto che c'è. Forse bisognerà ragionare in futuro sulla Severino». Discorsi per aria, appunto, futuribili. Magari buttati là solo per lanciare un segnale, o come forma di rispetto, che, però, bastano e avanzano per fare alzare le orecchie al Cav, a cui le voci del Palazzo raccontano come i grillini vogliano aprire le loro liste a un drappello di trenta magistrati oppure immaginino Piercamillo Davigo come premier.

Già, Renzi e Berlusconi. Quest'intesa, se andrà in porto, riporterà entrambi al centro dello scenario, in una sorta di «consolato» virtuale. Entrambi puntano a riconquistare o a consolidare la loro egemonia, quella delle aree moderate, sui rispettivi versanti politici: a sinistra come a destra. Un attimo dopo che l'intesa andrà in porto torneranno a duellare, a dirsene di tutti colori. Ma, in caso di necessità, potranno usare lo stesso vocabolario. In fondo in una delle date sul tappeto per le urne in autunno, il 24 settembre, si svolgeranno anche le elezioni tedesche che insedieranno probabilmente a Berlino una nuova «grande coalizione». A pochi mesi dall'avvento a Parigi di un presidente, con trascorsi socialisti, che ha affidato il compito di guidare un governo a un primo ministro gollista: una «grande coalizione» alla bourguignonne. Una minaccia per tenere a bada i loro riottosi alleati; o un'ultima risorsa, un'ultima spiaggia per il Paese. Un ragionamento che rende chiari i vantaggi che i due personaggi pensano di trarre da questa intesa. Berlusconi con una legge proporzionale sul modello tedesco, si assicura un ruolo centrale nella geografia politica, per l'oggi e per il futuro. «Un obiettivo - commenta laconico - per cui si può accettare anche il dazio di votare in autunno». Renzi, invece, potrà andare al voto senza doversi sobbarcare il peso di una legge di Stabilità che potrebbe tirarlo giù sul piano dei consensi e rilanciare Grillo e i suoi. In sintesi: Renzi risparmia al Cav una legge elettorale che potrebbe danneggiarlo; Berlusconi evita al segretario del Pd un calendario che potrebbe penalizzarlo.

E l'intesa, in fondo, potrebbe essere virtuosa anche per il Paese. Se si realizzasse, l'Italia chiuderebbe la stagione delle elezioni dei grandi Paesi europei e, quindi, potrebbe contare su un governo con una forte legittimazione nella trattativa con Bruxelles sulla prossima, alquanto complessa, legge di Stabilità.

Inoltre, votando in autunno, si eviterebbe un paradosso tutto italiano che si porterebbe dietro, invece, un calendario che prevedesse le elezioni in primavera: cioè la strana circostanza di un governo che approva la legge fondamentale per la nostra economia, per poi lasciarla gestire a un altro esecutivo, sostenuto, probabilmente, da una diversa maggioranza. Contraddizioni che possono andare in scena solo da noi.

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