Orfani d'Europa

La richiesta di Finlandia e Svezia di entrare nella Nato ci obbliga ad una riflessione. A differenza dell'Ucraina i due Paesi scandinavi sono nell'Unione Europea da tempo

Orfani d'Europa

La richiesta di Finlandia e Svezia di entrare nella Nato ci obbliga ad una riflessione. A differenza dell'Ucraina i due Paesi scandinavi sono nell'Unione Europea da tempo. E nel trattato istitutivo della Ue c'è l'articolo 42 paragrafo 7 che prevede l'intervento degli altri Paesi se uno Stato membro viene aggredito o si trova in difficoltà. Insomma, sulla carta Finlandia e Svezia dovrebbero sentirsi al sicuro e, invece, dopo aver visto le immagini di Bucha o di Mariupol, hanno deciso di richiedere l'adesione all'Alleanza Atlantica, sfidando addirittura l'ira dello Zar. La ragione? Semplice quanto pragmatica: ma se Putin ci aggredisce - è il problema che pongono - chi potrebbe correre in nostro aiuto visto che un esercito europeo ancora non c'è? Helsinki e Stoccolma già si immaginano, di fronte all'arrivo dei carri armati con la «Z», il rimpallo di decisioni tra le 27 capitali Ue, i tempi biblici per assumere una decisione, quella strana idiosincrasia dei governi europei verso la parola solidarietà.

Per cui, alla fine, la richiesta alla Nato è indirettamente un «j'accuse» verso le incongruenze e i ritardi dell'Unione: insomma, anche se ne fanno parte, Svezia e Finlandia si sentono orfane della Ue. Lo stesso ragionamento potrebbe farlo in futuro anche Zelensky, che pure ambisce all'Europa. La crisi ucraina sta portando, infatti, in superficie tutti i limiti degli organismi di Bruxelles. Ad esempio, l'esercito europeo non doveva nascere né oggi, né domani, ma addirittura ieri, perché l'equilibrio mondiale è instabile ed è molto più a rischio di quello che immaginiamo noi europei. Gli scenari possono mutare da un momento all'altro: cosa può passare nella mente dello Zar, ad esempio, dopo la giornata «nera» di ieri in cui gli ucraini gli hanno affondato l'ammiraglia della flotta, il Pentagono ha spedito a Kiev armi «made in Usa» e non i vecchi catorci del Patto di Varsavia e, appunto, paradosso dei paradossi, lui, che ha scatenato una guerra insensata per paura che Zelensky portasse il suo Paese nella Nato, si ritrova ora due Paesi confinanti che aderiscono all'Alleanza?

Intanto a Bruxelles e a Strasburgo si ciarla. Non c'è neppure una politica estera comune, visto che gli ex-Paesi comunisti della Ue sono più vicini alla rigidità anglosassone nel rapporto con Putin che non all'enfasi diplomatica di Parigi e Berlino. E la ragione è anche in questo caso ispirata al pragmatismo: se la Russia li attacca anche loro possono contare più su Washington e Londra che non su un esercito che non c'è? Un ragionamento che si ripropone anche nella difficoltà che francesi, tedeschi e italiani incontrano nelle loro iniziative diplomatiche. Possono imbonirsi Putin, come fa il ministro degli Esteri Di Maio, immaginando tempi biblici per l'adesione di Svezia e Finlandia alla Nato. Ma serve a poco: se non hai un esercito, se non garantisci sicurezza la tua diplomazia si riduce a pura retorica, perché alla fine l'Ucraina sentirà più le campane americane o inglesi, che non quelle tedesche, francesi o italiane.

L'assurdo è che il problema è squisitamente politico, di un'Europa incapace di mettere in piedi un apparato di difesa comune visto che le risorse per un esercito potente già ci sono: le spese militari dei 27 Paesi già superano, e non di poco, i 200 miliardi di euro l'anno, quasi quattro volte quello che spende il Cremlino. Troppo per un esercito che non c'è.

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