IL DIETROFRONT DELL’UNIONE

In queste ore sulla vicenda Telecom si sta consumando un pentimento di massa dell’intero centrosinistra. Nella seconda metà degli anni Novanta questa stessa maggioranza mise mano alla svendita delle grandi aziende pubbliche sotto la regia della coppia Ciampi-Draghi.
I governi dell’epoca ritennero che il massiccio processo di privatizzazione delle aziende pubbliche fosse il toccasana per il risanamento della Finanza pubblica e per la ripresa dello sviluppo. Non avvenne né l’una cosa, né l’altra. In nessun momento, inoltre, i ministri di quegli anni o i leader politici del centrosinistra si posero il problema del ruolo del capitalismo italiano nel più generale riassetto del capitalismo europeo guidato da Francia, Spagna, Germania e Gran Bretagna. E, puntualmente, oggi la politica si vendica. Chi ieri svendette, oggi è costretto a rincorrere i guasti di quelle privatizzazioni. Così è stato ieri con la vicenda Autostrade-Abertis così è oggi con la Telecom dopo l’annunciato riassetto dell’intero gruppo. Il forte indebitamento di Telecom e della sua controllante, Olimpia, imporrà molto probabilmente la vendita parziale o totale della Tim. Più difficile sarebbe la vendita della proprietà della rete. Dinanzi a questa evenienza le urla del centrosinistra hanno un sottofondo di isteria. Chi grida oggi è lo stesso che privatizzò nel ’98 malamente la Telecom pubblica. Nel ’99 Colaninno la scalò contrastando il duo Draghi-Bernabè che voleva cederla addirittura ai tedeschi della Deutsche Telekom.
Qualche anno più tardi, dopo lo scandalo della Seat-Pagine Gialle venduta dallo Stato per 1,5 miliardi di euro e riacquistata dopo 30 mesi a 9 miliardi di euro, la Telecom passò nelle mani di Tronchetti Provera. Sia Colaninno che Tronchetti Provera acquistarono la Telecom a debito. Il governo e la maggioranza lo sapevano così come erano a conoscenza che in Italia non c’era una cultura imprenditoriale e una adeguata finanza per governare le grandi imprese.
La forza dell’Italia era stata da sempre l’accoppiata piccole e medie imprese e l’industria pubblica. Le prime hanno consentito la conquista negli anni di quote importanti di mercati internazionali e le seconde garantirono all’Italia l’ingresso nei settori a tecnologia avanzata. La scelta di privatizzare tutto senza alcun disegno industriale ha creato i guasti di oggi in termini di crescita e di competitività. E inoltre il governo Ciampi nel ’94 dette a Carlo De Benedetti la seconda concessione della telefonia mobile (Omnitel) che in capo a qualche anno fu venduta prima ai tedeschi della Mannesmann e poi agli inglesi di Vodafone.
Sempre in quegli anni la coppia Testa-Tatò alla guida dell’Enel fece rientrare lo Stato nella telefonia mobile con Wind salvo poi venderla qualche mese fa agli egiziani di Sawiris. Perché, allora, lo Stato italiano può vendere una società di telefonia mobile agli stranieri (Wind-Orascom) e un privato non può farlo tranne che non si chiami Carlo De Benedetti? Per dieci anni, in compagnia di pochi, abbiamo noi urlato contro quelle privatizzazioni e contro la colonizzazione del Paese. Vogliamo voltare pagina? Bene. Si abbia il coraggio allora di essere conseguenti.

Se alcuni settori sono strategici o monopoli naturali, come le telecomunicazioni, le autostrade, le reti di gas ed elettriche, senza cincischiare sulla ridicola golden share, si faccia tornare in campo il capitale pubblico sapendo che il mercato è neutrale rispetto alla natura della proprietà e che non può esserci alcun divieto europeo. Diversamente quelle del governo saranno solo urla scomposte.

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