Il diktat di Bush alla Siria "Basta ospitare terroristi"

Il raid americano oltreconfine sarebbe un messaggio non soltanto per Damasco ma anche per Iran e Hezbollah. Le tv del regime hanno mandato in onda immagini amatoriali del blitz e riprese del luogo colpito

Il diktat di Bush alla Siria 
"Basta ospitare terroristi"

Sono naturalmente di rabbia e di vendetta le dichiarazioni siriane che denunciano come un «crimine oltraggioso» gli otto morti per mano americana a Sukkariya, otto chilometri dal confine iracheno. La Siria ha anche minacciato una reazione militare contro gli Stati Uniti e si sono cominciate a diffondere voci che gli elicotteri avessero scelto la strada dello spazio aereo israeliano (anche se la cosa appare geograficamente irrealistica), e sembra che anche Hezbollah sia nel più alto stato di allarme, ritenendo che forse Israele potrebbe considerare la strada aperta da Washington come un’indicazione a intraprendere un’azione contro il suo totale riarmo. La televisione del presidente siriano Bashar el Assad ha mostrato tutto il giorno immagini amatoriali degli elicotteri americani provenienti dall’Irak, oggetti insanguinati, interviste a testimoni che ripetono che le vittime erano civili innocenti. Secondo fonti americane, il target era un importante leader di Al Qaida.

Ci sono tre domande che aspettano una risposta: qual è il significato di ciò che è accaduto, qual era l’obiettivo, che cosa succederà adesso. Possiamo fare soltanto ipotesi. Ma una verità sembra palmare: gli Stati Uniti hanno individuato a Sukkariya un obiettivo urgente, tale da costringere a un’operazione immediata nell’ambito della guerra al terrorismo. Ovvero, ritiene i terroristi provenienti dalla Siria e che ci rientrano, o che vi si rifugiano, molto importanti. Questo tipo di operazione (sempre che non siano stati commessi errori, il che è possibile) richiede un crudele tempismo e spesso risulta tanto più difficile da decifrare quanto più il raid è importante. George W. Bush, pure in uscita, ha voluto salvare il suo profilo mediorientale, che ha lasciato correre sul reattore iraniano, mandando a dire alla Siria e per interposta persona a Hezbollah e all’Iran, che così non va, che le politiche di destabilizzazione non possono andare avanti. Gli Stati Uniti hanno denunciato con il loro gesto molto diretto che la politica di public relations di Bashar el Assad non incanta. Gli hanno detto di fatto con le cattive: piantala di essere il punto di passaggio privilegiato del terrorismo che insanguina l’Irak ritardandone la rinascita democratica.

Dopo la distruzione del reattore nucleare sul suo territorio, Assad si era molto impegnato a disegnare a Parigi con Sarkozy e ad Ankara con il dialogo siro-israeliano tramite la Turchia, una nuova immagine conciliante. Washington non ci ha mai creduto, Condi Rice ha detto di persona a Walid Muallem, il ministro degli Esteri di Assad, che il confine con l’Irak doveva essere suggellato, proprio come quello giordano e quello saudita. Non è accaduto, e intanto è stata sempre più chiara la sistematica determinazione nel riempire gli arsenali di Hezbollah di missili. Il rischio è letale ed è stato denunciato da Ehud Barak, ministro della Difesa israeliano. Di nuovo, ammansire il lupo promettendogli doni, si è rivelata persino per il mago Sarkozy un’arte incerta. Assad ha seguitato a stringere accordi con l’Iran, a ospitare Hamas, a considerare Hezbollah la sua arma privilegiata e ultimamente a intrecciare rapporti militari anche con la Russia di Vladimir Putin, sperando in una nuova polarizzazione che la renda più potente. Anche l’apertura di rapporti diplomatici con il Libano si deposita su una situazione in cui comunque il leader del Partito di Dio, Hassan Nasrallah, garantisce il controllo a Damasco. Barak ha minacciato di bloccare quei carichi di armi sempre diretti tramite la Siria a Hezbollah.

Difficile pensare che intenda, in piena crisi politica, aprire uno scontro. Ciò che tiene tutti inchiodati sono soprattutto le elezioni americane. Bashar spera che Barack Obama, vincendo, cerchi una situazione di appeasement che gli permetta di tornare a giocare.

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