Distrutta la moschea sciita Esplode la rivolta in Irak

Bombe nel luogo santo di Samarra. Scatta la vendetta contro i sunniti: attaccati 90 templi e uccisi 3 imam . Il governo dichiara il coprifuoco. Accuse agli Usa

Gian Micalessin

Il faro sciita di Samarra, la cupola dorata di Askharya capolinea per decenni di milioni di pellegrini, ora è solo un mezzo cono sventrato, un’icona di rabbia e indignazione, un torbido catalizzatore di violenza ed esasperazione. Il complotto di Samarra, il colpo di coda di un terrorismo riuscito, dopo centinaia di stragi a evocare con un attentato incruento, ma devastante i fantasmi della guerra civile, scatta poco prima delle sette di ieri mattina. A quell’ora un uomo in divisa seguito da tre complici armati e vestiti di nero fa irruzione nella moschea e guadagna la sommità della cupola. Per qualche misterioso motivo i cinque guardiani di uno dei più venerati luoghi di culto e pellegrinaggio della comunità sciita non intervengono, non reagiscono. Il commando deve solo salire le scale della moschea e spingersi il più vicino all’apice della cupola. Una volta arrivati lì il più è fatto. Basta innescare due bombe neppure troppo potenti e scappare fuori.
Qualche minuto dopo l’esplosione risveglia Samarra. Per tutta la mattina lo spettacolo di irreparabile devastazione ritrasmesso dalle televisioni arabe fa inorridire la comunità sciita irachena e quella di tutte le nazioni vicine. La cupola dorata costruita un secolo fa non c’è più. La moschea scoperchiata dove riposano i corpi di Alì al Hadi, il decimo imam discendente di Maometto morto nell’868, e quello di Hassan al Askari sepolto nell’874, è ora un simbolo di dissacrazione e profanazione. Lì vicino, secondo la tradizione, scomparve il figlio di Al Askari, il Mahdi, il dodicesimo imam nascosto il cui ritorno equivale, per gli sciiti, all’avvento del Messia.
Quel tumulo di rovine in queste ore è invece l’avamposto dell’apocalisse irachena, il catalizzatore di una guerra civile ormai alle porte. In poche ore l’Askharya decapitata scatena reazioni di collera e furore incontenibili provocando l’uccisione di tre imam e di tre fedeli sunniti a Bagdad, scatenando l’attacco a una novantina di moschee sunnite in tutto il Paese. Da ieri sera il governo ha disposto l’applicazione del coprifuoco in tutto il Paese mentre l’esercito e le forze di sicurezza appoggiate dalla macchina bellica americana cercano di difendere i luoghi di culto sunniti dagli assalti di folle inferocite.
«Siamo di fronte a una macchinazione che minaccia l’unità irachena - ammette il presidente di origini curde Jalal Talabani - dobbiamo stringerci per mano e resistere, dobbiamo fermare il rischio di una guerra civile». Sul fronte sciita, però, le reazioni sono quanto mai contraddittorie. L’ayatollah Alì al-Sistani, la suprema autorità religiosa sciita del Paese, prima invoca sette giorni di lutto ed emana un comunicato proibendo ai propri fedeli di attaccare qualsiasi moschea o luogo di culto sunnita. Subito dopo però si associa alle richieste del vicepresidente Adil Abdul Mahdi e invoca anche lui l’utilizzo delle milizie sciite. Solo queste, sostengono insieme il religioso e il politico, possono far fronte all’incapacità del governo e dell’esercito di difendere i luoghi di culto.
Poche ore dopo il primo imam sunnita cade assieme a tre civili nell’attacco sferrato da una folla sciita ad una moschea nei quartieri occidentali della capitale. Più tardi altri due cadono assassinati dentro o davanti le moschee del sud di Bagdad. L’arrivo in zona di oltre cinquecento militari iracheni incaricati di separare le fazioni e riportare la calma non migliora la situazione. In poche ore decine di altre moschee sunnite vengono attaccate, bruciate od occupate da miliziani sciiti nei quartieri meridionali della capitale e nelle province del sud dell’Irak. A Bassora un gruppo di miliziani sciiti assalta a colpi di mitra e lanciagranate l’ufficio del Partito islamico, una delle più importanti formazioni sunnite. Contemporaneamente alla periferia meridionale della città folle di dimostranti assaltano la tomba del discepolo di Maometto Talha bin Obeid Allah. E in serata la polizia di Bassora raccoglie i corpi di almeno nove civili sunniti freddati con un colpo alla testa.
«Le forze politiche e religiose devono cercare di calmare la situazione prima che sia troppo tardi» invoca Tariq al-Hashimi, uno dei più conosciuti leader politici sunniti. Ma l’avvertimento non sembra impensierire i capi del Consiglio supremo della rivoluzione islamica, la formazione sciita considerata più vicina all’Iran.

Nonostante l’immediata condanna americana dell’attentato e le parole dell’ambasciatore statunitense Zalmay Khalizad che equipara le bombe di Samarra a un crimine contro l’umanità, Abdul Aziz al-Haqim non esita ad accusare gli Stati Uniti e a definirli complici degli attentatori. Ricordando le parole dell’ambasciatore che martedì aveva condannato le milizie sciite sospettate di numerosi attacchi e crimini antisunniti, al-Haqim accusa Khalizad di «aver dato via libera ai terroristi».

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