Ecco le ventidue paure del Pd

Ecco le ventidue paure del Pd

Urla dalla paura. Se il Pd fosse una società di produzione cinematografica, questo sarebbe il titolo del suo prossimo film. Purtroppo per loro invece sono (ancora) un partito. Un partito politico che urla per la paura. I toni apocalittici assunti negli ultimi giorni, infatti, non sono altro che il tentativo di esorcizzare alcuni numeri che popolano di incubi le notti di Franceschini e compagni. Eccoli: 25 (la fallimentare percentuale attorno alla quale i sondaggi inchiodano i Democratici alle Europee); 27 (le amministrazioni provinciali ora a guida centrosinistra che vengono date per perse); 22 (i comuni capoluogo fortemente indiziati di finire al Pdl sui 30 coinvolti in questa tornata elettorale). Un terno secco che qualcuno nel Pd sta seriamente pensando di giocarsi al Lotto a mo’ di consolazione: urne sempre più vuote ma portafoglio un po’ più gonfio.
Di fronte allo spettro del tracollo i Franceschini boys, c’è quasi da capirli, si sono messi a gridare. Norme di contrasto all’immigrazione in vigore in tutti i Paesi europei diventano «leggi razziali». La sortita del premier alla festa di compleanno di una diciottenne si trasforma in «un caso di pedofilia». Quanto alla sentenza Mills e alle nomine Rai, beh: gli strepiti si sono fatti talmente assordanti da coprire gli oggetti del contendere.
Vogliamo parlarne un momento? Cominciamo dal processo all’avvocato inglese: una causa tenuta artificialmente in vita (il pm arrivò a postdatare il reato, una cosa mai vista!) e sulla cui conclusione con un esito di colpevolezza nessun cronista giudiziario (neppure i più antiberlusconiani) avrebbe scommesso un centesimo. Per un semplice fatto: mancavano le prove. Ma anche a voler prescindere da questi dettagli, spesso insignificanti in un tribunale italiano, si dà il caso che la sentenza di condanna di Mills risalga al 17 febbraio scorso. E già allora era apparso chiarissimo (e infatti fu detto e scritto ampiamente) che, contro ogni previsione ed evidenza, i giudici avevano ritenuto il legale un corrotto e Berlusconi, non processabile per il Lodo Alfano, il suo corruttore. Le motivazioni pubblicate l’altro ieri non aggiungono nulla a questo teorema. Eppure la scoperta dell’acqua calda ha subito scatenato l’uragano dell’indignazione. Con effetti anche comici.
Franceschini, il quale non perde occasione per «convocare» il premier in Parlamento a ogni stormir di fronde («venga a riferire di qua, venga a rispondere di là»), stavolta, visto che in Aula Berlusconi ha manifestato il proposito di andarci davvero, ha perso la testa. «Non si avvicini», ha tuonato. Cioè: il presidente del Consiglio, il quale tra l’altro è anche un deputato, secondo il leader dell’opposizione non può parlare in Parlamento. Un’interpretazione assai singolare della Costituzione di cui l’uomo inopinatamente chiamato a guidare il Pd si riempie tanto volentieri la bocca. La spiegazione però c’è: calenDario teme, con qualche ragione, che l’intervento faccia guadagnare ulteriori consensi a Berlusconi e che, di conseguenza, i numeri che tanto lo spaventano peggiorino.
Nel caso della Rai, poi, l’ipocrisia diventa arte. La nomina di Minzolini a direttore del Tg1 è «irricevibile» perché sarebbe stata decisa fuori dal Consiglio di amministrazione. Lo dicono, anzi lo urlano, quelli che della lottizzazione a Viale Mazzini hanno fatto una professione. Quelli che nel 2006 Riotta al Tg1 lo nominarono durante un vertice di maggioranza e lo insediarono mentre ancora non c’era una commissione di Vigilanza, in barba alla legge e ai loro stessi alleati, che difatti protestarono per essere stati tagliati fuori dalla spartizione.

Ma che credibilità volete che abbia la levata di scudi del consigliere Van Straten, imposto in Cda da Veltroni in «articulo mortis», quando cioè l’uomo che più ha condizionato la Rai nell’ultimo decennio si era già dimesso da segretario del Pd?
La verità è che stanno recitando. Solo che quella che doveva essere la solita commedia, a causa dei numeri dei Democratici è diventata un film horror. E così gridano. Per il terrore.
Massimo de’ Manzoni

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