Esperimenti a Genova per il vaccino dell’aviaria

Francesco Guzzardi

È partita da Genova, lo scorso 27 marzo, la prima fase di sperimentazione del vaccino anti aviaria e tra alcuni giorni verrà effettuato il richiamo dello stesso ai volontari che si sono sottoposti all'esperimento. Per ordine dell'Oms (Organizzazione mondiale della sanità), l'Istituto di Igiene e medicina preventiva dell'Università di Genova ha avuto il compito di studiare un vaccino in grado di affrontare una futura, improbabile ma non esclusa, pandemia. Abbiamo intervistato il direttore della clinica, professor Giancarlo Icardi, che così esordisce: «Il virus H5N1, chiamato comunemente l'influenza dei polli o aviaria, è il più serio candidato a provocare una eventuale pandemia, ovvero un'epidemia a livello globale del nostro pianeta - spiega - . Nell'ottica della filosofia anglosassone, “to be preparated” (essere preparati), l'Oms ha allertato gli stati membri, di cui l'Italia fa parte, e ha conferito a Genova il compito di sperimentare i nostri studi con la coordinazione secondaria, ma ugualmente importante, delle università di Chieti e Siena».
Il vaccino è del tutto analogo a quello che previene la comune influenza umana con qualche piccolo, ma importante, ritocco e sono stati vaccinati un centinaio di volontari di età compresa tra i 18 e 60 anni. Per mesi si è parlato dell'aviaria come una futura sciagura del pianeta, ma esiste davvero il pericolo di una pandemia?
«Anche se ad oggi non abbiamo avuto nessuna trasmissione interumana del virus, ovvero da uomo a uomo, qualche avvisaglia c'è stata - afferma il dottor Icardi - infatti, per ben 186 volte il virus si è trasmesso da un animale infetto all'uomo e in tutti i casi l'animale in causa era un volatile e su questi dati stiamo lavorando, cerchiamo di evitare che il virus diventi intelligente e sia capace di adattarsi all'uomo».
Trattandosi di una sperimentazione clinica, le persone interessare devono rispondere ad alcune domande e avere determinati requisiti, i cosiddetti criteri di inclusione ed esclusione di una sperimentazione clinica. Una volta valutato il loro stato di salute, parte la vaccinazione. Ad esse, rispetto alla tradizionale vaccinazione influenzale, vengono somministrate due dosi, a distanza di un mese una dall'altra; prima e dopo la vaccinazione viene eseguito un prelievo di sangue per vedere se il vaccino è in grado di stimolare il paziente a produrre quegli anticorpi che a loro volta produrranno le proteine, indispensabili per difenderci dalle malattie infettive, come in questo caso l'influenza dell'aviaria.
«Da settembre, conclude Icardi, partirà il richiamo del vaccino alle persone già trattate, i dati saranno raccolti, elaborati ed inviati all'Ente Regolatorio Europeo che, in base a questi, deciderà se la sperimentazione avrà dato i risultati sperati o no, ma soprattutto servirà a farci capire se questo ipotetico vaccino potrà diventare un'arma in più o se bisognerà fare qualche modifica».
Il virus H5N1, responsabile dell'influenza aviaria, ha provocato dal 2003 ad oggi, in Asia, 65 vittime accertate. Gli esperti sono concordi nel ritenerlo il principale indiziato di una probabile pandemia, ossia un'epidemia di influenza a livello planetario particolarmente virulenta, come già accaduto nel 1918 con la Spagnola, nel '57-'58 con l'Asiatica e nel '68-'69 con la Hong Kong. Il ceppo killer H5N1 si è originato a Hong Kong nel 1997, riemerge in Corea nel 2003 e oggi la sua presenza é stata accertata anche in: Cambogia, Cina, Indonesia, Giappone, Kazakistan, Laos, Malaysia, Mongolia, Filippine, Russia, Taiwan, Tailandia e Vietnam.

Se il virus mutasse in modo da infettare facilmente l'uomo e da diffondersi da persona a persona, gli esperti stimano che potrebbe colpire in modo grave 25 milioni di persone e provocare 7 milioni di morti, ma è altrettanto giusto sottolineare che il virus dell'influenza aviaria di solito non infetta direttamente gli uomini né si trasmette, normalmente, da persona a persona. L'uomo può tuttavia essere colpito per contatto diretto con animali infetti o con le loro deiezioni, mentre non c'é alcuna evidenza di trasmissione attraverso il consumo di carni avicole o uova dopo la cottura.

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