Siria, il G20 dà una mano a Obama

Il presidente Usa ottiene un sostegno anti Assad da 11 Paesi (Italia inclusa). Ma vede Putin e lui lo gela: "Aiuterò Damasco"

Siria, il G20 dà una mano a Obama

Alla fine si sono incontrati. Nonostante Obama avesse orgogliosamente cancellato il bilaterale con Putin nell'ambito del G20 e Putin avesse fatto spallucce, i due ieri, dimostrando la loro basilare fragilità hanno scelto di scambiare qualche idea. Non che questo abbia smorzato lo scontro. Obama però si è accontentato di portare a casa (e davanti al Congresso) la firma incoraggiante della maggioranza dei Paesi (Italia inclusa), che in una dichiarazione congiunta hanno attribuito ad Assad la responsabilità delle violenze e dell'uso di armi chimiche, sostenendo comunque una soluzione non militare.

Per entrambi i leader l'incontro è stato «costruttivo», per entrambi restano tutte le «divergenze». Putin, in conferenza stampa, ha rilanciato la sua furiosa campagna di delegittimazione dell'eventuale attacco americano alla Siria dal podio del G20, dimenticando all'improvviso tutta l'agenda economica che aveva propugnato da elegante padrone di casa. Obama triste e deciso ha risposto, fiero e americano come non lo era mai stato, costretto a ribadire la specialità del compito del suo Paese nello stabilire che cosa è morale e cosa non lo è nel mondo contemporaneo. Ha annunciato che martedì parlerà al popolo americano, dalla Casa Bianca, per spiegare al Paese che Assad è una minaccia per la pace e la sicurezza del mondo.

Nel mezzo della discussione infuocata l'Europa fa capolino con una proposta che accanto alla pretesa morale ha anche la caratteristica dell'inefficienza, come spesso le capita. Aveva sognato a suo tempo di sfilare Saddam Hussein dal pantano, poi la fantasia di pacificazione e salvezza era volata su Gheddafi, e adesso si posa come una farfalla in mezzo alla tempesta sulla ossuta spalla di Assad. L'idea sarebbe quella di risolvere con un gesto pacifista la crisi siriana a lato del G20. Ne parla un giornale libanese, Al Joumouria: Assad dovrebbe dimettersi in favore di un governo di transizione che metterebbe insieme uomini del governo e dell'opposizione fino alla conferenza di pace di Ginevra. Assad sarebbe d'accordo a tre condizioni: elezioni immediate dopo le dimissioni, uscita sicura per lui e la famiglia, certezza di non essere processato per crimini di guerra. Un altro giornale libanese, Al Mustaqbal, dice che Washington avrebbe rifiutato tutto il pacchetto ritenendo che Assad non abbia il diritto di scegliere un bel niente, e che l'opposizione non accetterebbe mai.

Intanto da Washington, nonostante le ripetute affermazioni che la guerra sarebbe «limitata e mirata» giungevano notizie per cui l'attacco sarebbe «notevolmente più largo». La campagna non verrebbe condotta solo con il lancio di Tomahawk dalle navi Usa nel Mediterraneo orientale, ma anche per mezzo di una campagna aerea di due giorni. Essa includerebbe un bombardamento aereo di missili e di bombe a largo raggio lanciate dai bombardieri B-2 che trasportano bombe teleguidate dai satelliti, missili da crociera dei B-52 e i B-1 che dal Qatar porteranno missili aria terra a lungo raggio.

L'importanza della missione sembra commisurata alla necessità di colpire ben 50 siti dove sono raccolte, secondo le informazione di intelligence, le armi di distruzione di massa, che Obama dichiara di voler eliminare, e Putin ha denunciato come impossibili da colpire se non al prezzo di grandi pericoli per gli abitanti e i soldati. Il costo dell'operazione sale, Chuck Hagel parla di «decine di milioni di dollari». Anche Putin spende però i soldi del contribuente russo: ha spostato nel Mediterraneo le sue quattro navi da guerra più grosse, l'enorme Nikola Filchenkov, annunciando che porta un «carico speciale».

Una minaccia misteriosa alla Putin, che non si capisce bene a chi sia rivolta: «In caso di attacco aiuteremo Damasco», ha detto ieri. Decisi fino alla morte l'Iran e gli Hezbollah: gli Usa hanno intercettato un ordine iraniano di attaccare gli «interessi americani a Baghdad». Hezbollah annuncia di aver radunato a Damasco diecimila combattenti pronti a difendere Assad e a attaccare Israele, che non c'entra niente, ma c'entra sempre.

Di fatto, al G20 Putin si è accorto che il suo punto di vista cinicamente pro Assad gli si è trasformato fra le mani in un comodo, popolare strumento pacifista che il mondo contemporaneo preferisce. Dal sostegno per un asse impresentabile come quello iraniano-siriano-Hezbollah, sta passando dalla parte virtuosa di chi è contrario alla guerra.

Questa confusione dovrebbe essere evitata a tutti i costi, ma al contrario viene volontariamente equivocata da troppe virtuose nazioni. Rinasce l'antiamericanismo di maniera, che immagina l'America come un Paese che ama la guerra.

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