FINI DISPERATO PERDE I PEZZI

All'inizio minacciava una scissione, poi ha ripiegato sul gruppo autonomo, ora si accontenta di una corrente interna. La corsa di Fini verso l'autonomia è come quella dei gamberi, all'indietro. Non è aria e ieri il presidente della Camera ne ha avuto un’ulteriore conferma. Solo 56, tra deputati e senatori ex An, hanno firmato una generica mozione di appoggio alla sua linea. Almeno la metà di questi non sarebbe però disposti a seguirlo oltre. I conti sono presto fatti. I parlamentari eletti in quota Fini alle ultime elezioni erano 140. Vuol dire che 90, cioè quasi due su tre, lo hanno già definitivamente abbandonato. Tanto è vero che sempre ieri in 76, tra i quali i leader ex An come La Russa, Alemanno, Gasparri e Meloni, hanno firmato un controdocumento nel quale si conferma lealtà al Pdl e a Silvio Berlusconi.
Fino a qui i numeri, che dimostrano in modo freddo il fallimento del piano di Fini di ridare vita a una sorta di An seconda versione. Il progetto è abortito, come dimostrano anche i sondaggi che danno un simile partito sotto la soglia elettorale del quattro per cento, cioè a rischio di non entrare neppure in Parlamento in caso di elezioni. Ma la politica non è fatta di soli numeri, per cui sarebbe sbagliato sottovalutare la gravità dello strappo. Per più motivi. Gianfranco Fini infatti non è un politico qualunque ma il presidente della Camera, poltrona sulla quale è arrivato come espressione di tutta la maggioranza, quella maggioranza, Pdl più Lega, della quale lui da oggi rappresenta solo una piccolissima parte e verso la quale non nasconde disprezzo e ostilità. Non è un problema da poco se si considera non solo il valore formale-simbolico del ruolo ma anche il grande potere che il numero uno della Camera ha rispetto allo svolgimento dei lavori (tempi di approvazione delle leggi) e alla collaborazione col governo.
Analoga questione si pone per quei fedelissimi di Fini che erano stati messi in ruoli chiave sia nel partito che in Parlamento e nel governo. Oggi il loro potere di decisione e interdizione è ancora compatibile e proporzionale con il fatto di rappresentare non più l'intero Pdl ma solo una minoranza dello stesso? Direi di no, qui la matematica diventa politica e a poco servono le tranquillizzanti dichiarazioni di lealtà istituzionale. Al momento opportuno ovviamente, e legittimamente dal loro punto di vista, i finiani metteranno in campo tutti gli strumenti per logorare la maggioranza e marcare il ruolo che si sono dati, magari in combutta con l'opposizione di sinistra che non vede l'ora di avere una quinta colonna dentro il berlusconismo.
La terza preoccupazione riguarda il medio periodo, cioè la possibilità che il gruppo dei finiani possa fare da catalizzatore a scontenti personali, mercenari e simili. O meglio, come spesso accade in politica, essere usato come arma di ricatto da parte di deputati e senatori nei confronti dei vertici del partito. Della serie: o mi dai quello che chiedo oppure passo con loro.
Buonsenso vorrebbe che Fini rimettesse il suo mandato di presidente della Camera. Non lo farà, perderebbe anche il residuo potere che gli rimane. Berlusconi ieri, al termine di una riunione con i coordinatori ha detto che il suo ex socio dovrà comunque adeguarsi alle decisioni della maggioranza del partito. Non mi farei illusioni neppure rispetto a questo.

Avendo preso atto che la guerra non può essere frontale, Fini farà battaglia di retroguardia. Le perderà, come è accaduto ogni volta che si è messo in proprio ma sarà comunque un problema in più. Almeno che i vertici del Pdl prendano strade diverse da quelle viste fino ad ora. Il predellino fa precedente.

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