Gaber, un ricordo lungo mese

Ricordi del cantautore al Piccolo teatro, Comune,Regione, Provincia aiutano la fondazione che ne onora la memoria

È stato un mese nel nome di Giorgio Gaber, quello che l'altra sera si è concretizzaro al Teatro Strehler di Milano nello spettacolo «Io quella volta lì avevo 25 anni» interpretato da Claudio Bisio. Quest'anno il signor G, avrebbe compiuto 70 anni ed essendo ormai considerato il padre del «Teatro-canzone», bene ha fatto il Comune di Milano d'intesa con la Fondazione Gaber e il Piccolo Teatro a voler ricordare questo suo figlio tanto anarchico quanto affettuoso, amato sia dalla sinistra che dalla destra.
Che il ricordo e l'insegnamento di Gaber siano cresciuti nel tempo, lo testimonia anche l'iniziativa del Ministro della Pubblica Istruzione, Gelmini che ha voluto inserire l'opera di Gaber ha gli insegnamenti.
Per ricordare Gaber in sei grandi insegnamenti appuntamenti si è resa disponibile tutta la Milano politica e intellettuale che conta: dal presidente della Regione Formigoni, quella della Provincia Penati, il sindaco Moratti, Claudio Risè, Paolo Rossi, Enzo Jacchetti, Gigi Alberti, Dolce & Gabbana, Ombretta Colli, Vittorio Sgarbi, Gino e Michele, Enzo Gentile. Ad assistere al'ultima serata anche la figlia di Gaber, Dalia con marito e figli in segno della continuità e della memoria.
Sul grande palco del Teatro Strehler con Bisio al microfono, il pianista boccadoro, che suonava le note delle canzoni «Chiedo scusa se parlo di Maria», «Il conformista», «La torpedo blu», «Non arrossire», è raccontata l'inedita avventura di un venticinquenne attraverso cinque decadi di storia italiana. A fare da scenografia grandi immagini in bianco e nero, proiettate sul grande fondale del palcoscenico di carattere neo-surrealista. Una porta veniva illuminata con lici a colori diversi che faceva da contrappunto al palco poco illiminato e scuro.
«Io quella volta lì avevo 25 anni» è un concentrato di storia italiana dal dopoguerra ai nostri giorni nel quale un sempre giovane protagonista, fidanzato a una non sempre giovane Maria, si confronta e si interroga sui cambiamenti del Paese; la ricostruzione, il boom economico, la contestazione, il terrorismo, il terrorismo, il riflusso, la fine delle ideologie.

Ma il senso dello spettacolo sta nella contemporaneità dell'ultimo atto quando il Signor Gaberscik si confronta con l'Italia degli anni 2000, con il peso del superfluo, del consumo, con l'incapacità di dare un senso alla quotidianità e all'impegno, con la difficoltà di dare ai propri figli una vita e un insegnamento in grado di traghettarli nel futuro con tanto di passioni in un mondo devastato dalla depressione...«ringraziamo il mercato, il mercato ringrazia noi...».

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