IL GOVERNO DELL’APOCALISSE

Nel 1946, alla vigilia del referendum istituzionale del 2 giugno, Pietro Nenni lanciò uno slogan minaccioso: «O la Repubblica o il caos». Emuli, i leader della sinistra lo stanno riproponendo in una nuova versione: «O la Costituzione o il caos». Beninteso, la Costituzione cui si riferisce la sinistra è quella del 1948 (stravolta dalla sinistra stessa nel 2001) mentre il caos sarebbe la conseguenza della vittoria del Sì, cioè l'approvazione della Costituzione che il centrodestra ha riformato per dare all'Italia l'opportunità di agganciare il XXI secolo. Per avvalorare questa operazione di terrorismo psicologico, l’Unione sta dando libero sfogo a una serie di messaggi di contenuto politico ed economico dai contorni assolutamente vaghi e perciò più preoccupanti. Infatti, il timore di una minaccia imprecisata è sempre superiore rispetto a quello di una minaccia ben definita. Sul piano politico, la sinistra parla di disgregazione del Paese, come se il Piemonte stesse per diventare un dipartimento francese, la Lombardia un cantone svizzero, il Nord Est un land tedesco e la Sicilia, non più attratta dall'America, forma una Federazione con la Libia.
La sinistra semina il panico anche sul piano economico. Padoa-Schioppa raduna sulla testa degli italiani la nube minacciosa di una manovra senza diminutivo e facendo paventare un accrescitivo; l'Anas annunzia la chiusura dei cantieri a partire da luglio perché non potrà procedere a ulteriori pagamenti; uno scostamento tutto sommato minimo dello 0,3% del deficit viene presentato come uno tsunami e come se l'Italia fosse sull'orlo della bancarotta mentre le richieste per le ultime emissioni di titoli sono state più del doppio dell'offerta. E perfino i sindacati dopo appena un mese di governo, non sanno come giustificare presso i loro iscritti l’appoggio che hanno dato all’Unione. Non più tardi di ieri, Guglielmo Epifani ha detto: «È una situazione paradossale, ogni giorno c'è un annuncio, un allarme». Intanto è stato annunciato per l’8 luglio un altro sciopero delle Ferrovie (che non aiuta certo il Pil). Anche i sindacati contribuiscono a confondere le idee perché non si vede quale contributo alla chiarezza possa venir fuori dagli incontri con il governo che chiede insistentemente. Il problema non è la concertazione, ma il governo Prodi.
L’allarmismo è l’unica alternativa che ha Prodi per sfuggire all’accusa di non aver fatto e di non fare niente. È il segno dell'impotenza di un governo che sa di non potere prendere nessuna decisione per la semplice ragione che è così prigioniero delle proprie divisioni ideologiche che sa che ogni scelta rischia di mandarlo in minoranza. Allora pensa ai decreti, da confermare con il voto di fiducia, e pensa anche a ridurre i tempi dell'attività del Parlamento. Non solo non è in grado di mettersi d'accordo sul contenuto dei decreti, ma non ci prova neanche perché i sindacati minacciano scioperi pesanti.


Quel Carlo Azeglio Ciampi che oggi difende una Costituzione vecchia e aveva sollecitato un anticipo delle elezioni per dare tempo al nuovo governo di insediarsi e di prendere subito i provvedimenti economici, tace sul fatto che, a due mesi dalle elezioni e a un mese dalla sua formazione, il governo ha preso una sola decisione: la grazia a Ovidio Bompressi.
Se questa è la risposta a tanto allarmismo, possiamo stare tranquilli: sotto tanto fumo non c’è arrosto. E questa potrebbe essere la nuova definizione della sinistra.

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