Greenaway e Rota firmano il primo «atto»

Il 6 dicembre si inaugura in Triennale su 1900 metri quadri: gli oggetti corrono su un grande schermo

È ufficiale. Il 6 dicembre si inaugurerà alla Triennale il museo del Design, che raccoglierà in 1900 metri quadrati la storia del design italiano. Dopo 5 anni di cantiere la fabbrica della cultura milanese realizza il suo grande progetto. Creare un museo fortemente innovativo e soprattutto diverso dagli altri. La sfida è quella di far tornare il visitatore almeno due volte l’anno. Come? Innanzitutto dimentichiamo una lunga successione di oggetti e di stili. Dimentichiamo il concetto di allestimento e di continuità. Pensiamo a un museo dinamico, mutevole, visionario. Pensiamo a un museo scientifico, ma anche emozionale, vivo, capace di offrirsi sempre con visioni rinnovate. Soprattutto perché solitamente le motivazioni profonde che sono all’origine di un oggetto o di uno stile rimangono in secondo piano rispetto alle vicende dell’arte e dell’architettura. Questo l’obiettivo che ha unito ministero per i Beni e le attività culturali, Regione, Provincia, Camera di Commercio e Comune di Milano. L’unico a non essere convinto sembra l’assessore Vittorio Sgarbi. «Sarà noioso come tutti i musei di design, anche se è da apprezzare l’intuizione del presidente Rampello di portarlo alla Triennale permettendo di liberare l’area di Citylife, che potrà così essere destinata all’idea di un museo dell’Arte contemporanea. Sarebbe stato meglio una tipologia di esposizione simile a quella di “Camera con vista” a Palazzo Reale con tutti i mobili divisi per decenni».
«È proprio dai limiti degli altri musei che nasce il nostro progetto - dice il presidente della Triennale Davide Rampello - e dalla complessità del design italiano, costituito da personalità, strutture e imprese diverse e diffuse in maniera frammentata su tutto il territorio». E proprio perché l’Italia è un museo diffuso l’ambizione è di mettere in rete tutti questi sistemi, questi «giacimenti» del design, creando un museo a rete che punta all’integrazione e alla collaborazione dei diversi nuclei. «Tutti i musei del mondo si basano su collezioni di proprietà - continua Silvana Annicchiarico, direttore del Triennale Design Museum -. Pensiamo che creare una collezione sarebbe stato arcaico e obsoleto e comunque non in linea con lo stile di “fabbrica” proprio della Triennale. L’obiettivo è quindi far emergere e rappresentare questa realtà, che costituisce il valore principale del design italiano, oltre che diffonderne le iniziative». Quindi museo dinamico, mutevole, come la realtà che rappresenta. Da una parte un’ampia ricerca scientifica sulla storia del design italiano che si rinnova ogni anno e dall’altra uno spazio di approfondimento affidato di volta in volta a diversi curatori. In più, dalla collaborazione dinamica con le università, un nuovo spazio dedicato al restauro, quindi anche formazione e nuova professionalità. L’idea è porre interrogativi senza dare risposte scontate. E per la prima edizione la domanda è «Che cos’è il design italiano». A mettere in scena il primo «atto» l’architetto Italo Rota e il visionario regista gallese Peter Greenaway con un percorso fatto di immagini, schermi e cultura. «Sarà un’esperienza cinematografica - dice Greenaway - come se gli oggetti fossero su un grande schermo. Un museo di oggetti ma senza oggetti». «Un teatro di immagini cinematografiche - continua Rota - dove i film rappresentano mattoni che costruiscono lo spazio».

Insomma, non una mostra ma un museo di nuova tipologia. Come il ponte in bambù, progettato da Michele Lucchi, una sorta di grande sci di collegamento fra le mostre della Triennale e il museo del design, «una grande metafora che connette il museo fra passato e futuro».

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