I nuovi schiavi di Clementi all’ombra del Colosseo

Annunciato in tutta Roma da grandi manifesti che evocano con immediata familiarità le radici della nostra cultura, debutta questa sera alla Sala Umberto Ben Hur, un lavoro che Gianni Clementi ha scritto appositamente per Paolo Triestino e Nicola Pistoia (anche regista), di nuovo insieme sul palcoscenico, accanto alla brava Elisabetta De Vito, dopo il successo raccolto l’anno scorso con Grisù, Giuseppe e Maria.
Il riferimento alla penosa vicenda dell’ebreo reso schiavo dai romani (vicenda immortalata pure in un celebre film muto del ’26) non è qui peregrino. Anzi, sembra assumere una doppia valenza: concreta, perché lo sfondo in cui si svolgono i fatti è il mondo dei figuranti/centurioni che sbarcano il lunario intrattenendo i turisti al Colosseo, e nel contempo una valenza simbolica, visto che in questa matura opera dell’autore capitolino si parla di avidità, mancanza di valori, nuovo «schiavismo», intolleranza razziale, disumana e impietosa capacità di accogliere il diverso.
E se ne parla attraverso un intreccio che miscela sapientemente realismo e fantasia, cronaca e lirismo, muovendosi su registri diversi. Sergio (Pistoia) è uno stuntman depresso che, caduto in disgrazia dopo un grave incidente, è costretto a fare il Centurione in via dei Fori Imperiali. La già non facile convivenza con sua sorella Maria (la De Vito) viene ancor più complicata dall’arrivo in casa del bielorusso Milan (Triestino) che, impegnato a sostituire temporaneamente l’uomo sul pittoresco set e oggetto di attenzioni da parte della donna, riesce abilmente a risollevare le sorti finanziarie dei due fratelli. Solo che Milan è sposato, padre di quattro figli e soprattutto clandestino. E questo cambia le carte in tavola, spostando l’ago della bilancia dalle lineette della commedia a quelle della tragedia.
«Credo - spiega lo stesso Triestino - sia uno dei testi più belli di Clementi. Perché sa raccontare in modo semplice ma imprevedibile la nostra Italia di oggi. Un’Italia volgare, senza cuore, arida, votata solo al guadagno e all’interesse personale. Il tutto però facendo ridere molto il pubblico. Sono convinto anzi che sia proprio questa leggerezza a rendere Ben Hur una pièce speciale: ovunque l’abbiamo portata, gli spettatori hanno reagito con entusiasmo. Ci si diverte, è innegabile, tanto più che noi interpreti sentiamo talmente nostri i rispettivi ruoli da non accorgerci quasi di recitare.

Ma ci sono anche dei momenti, in particolare l’epilogo (talmente amaro che è preferibile lasciarlo al pubblico, ndr), in cui la tensione drammatica è davvero alta, le battute sembrano spade taglienti e la sala giocoforza raggela». Pianto e riso, insieme: cosa di più teatrale? Cosa di più umano?
Lo spettacolo resterà in cartellone per l’intero periodo natalizio, fino al 6 gennaio. Informazioni: 06/6794753.

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