L’apertura di Teheran: «Siamo pronti a negoziati con gli americani sull’Irak»

Larjani: «Vogliamo contribuire a risolvere i problemi di Bagdad». Washington: «Nucleare escluso dai colloqui». Gli ayatollah temono sia imminente un attacco Usa

Gian Micalessin

Il regime iraniano sa di giocare con il fuoco. Sa che se continuerà i suoi esperimenti per l’arricchimento dell’uranio i bombardamenti americani saranno inevitabili. Sa anche che potrebbero scattare tra un mese esatto, ovvero a trenta giorni dalla prima riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sul nucleare iraniano. L’ultimatum alle autorità iraniane è stato recapitato dall’ex presidente Mohammad Khatami reduce da un viaggio a Berlino durante il quale è stato contattato da emissari della Casa Bianca. Secondo «Rooz on line», un sito internet vicino al movimento riformista, l’ex presidente ha già rivelato quanto appreso durante una riunione riservata con le massime autorità iraniane.
Eppur, sotto la coltre di gelo, qualcosa si muove. Alla vigilia della riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sul nucleare iraniano Washington e Teheran sembrano avere almeno un’esigenza comune. Quell’esigenza si chiama Irak e potrebbe diventare il primo esile appiglio per futuri negoziati tra il Grande Satana e il nuovo capofila degli «Stati canaglia». Le prime indiscrezioni circolavano da almeno una settimana. A innescarle era stato un funzionario dell’intelligence iraniana che aveva esibito ai giornalisti occidentali a Teheran la lettera con cui l’ambasciatore americano a Bagdad Zalmay Khalizad chiedeva un incontro con inviati iraniani. Subito dopo era sceso in campo il leader sciita iracheno Abdel Azez Hakim. Il capo del Consiglio supremo per la rivoluzione islamica, l’organizzazione sciita al governo a Bagdad dopo vent’anni di esilio a Teheran, s’era appellato ai vecchi protettori sollecitandoli ad accordarsi con gli americani per mettere fine al caos iracheno. «Ci rivolgiamo al saggio governo della Repubblica islamica - aveva detto Hakim - per chiedergli di aprire un dialogo con gli Stati Uniti e discutere tutti i punti di disaccordo sull’Irak». Teheran ha già detto di sì. Ad annunciarlo ufficialmente dopo un discorso a porte chiuse al Parlamento è stato il capo del Supremo consiglio di sicurezza iraniano Alì Larjani. «Siamo pronti a negoziare con gli americani, vogliamo accettare la richiesta di Hakim, aiutarlo a risolvere i problemi iracheni e contribuire alla creazione di un governo indipendente».
Sul fronte statunitense l’ambasciatore Zalmay Khalizad si era già detto pronto, una settimana fa, «ad affrontare con rappresentanti di Teheran questioni di reciproco interesse». Ora l’apertura di Khalizad viene confermata, seppur con precisi distinguo e rigorose limitazioni, anche dal portavoce della Casa Bianca Scott McClellan. Ricordando le trattative del 2002 da Teheran e Washington durante i colloqui di Ginevra tra Usa e i Paesi confinanti con l’Afghanistan, McClellan ha precisato che, anche stavolta, ogni eventuale negoziato sarà limitato esclusivamente al tema iracheno. «Gli altri argomenti resteranno separati», ha ricordato McClellan specificando che «la questione nucleare verrà discussa esclusivamente all’Onu dai diplomatici del Consiglio di Sicurezza».


Alla vigilia di quella riunione Alì Larjani rilancia l’ipotesi di un ritorno alle trattative con l’Agenzia per l’energia internazionale promettendo di concedere molto più spazio ai suoi ispettori se il Consiglio di Sicurezza dell’Onu rinuncerà a esaminare il dossier e lo restituirà alle competenze dell’Aiea. L’offerta in extremis che non sembra destinata a bloccare o rinviare la convocazione del Consiglio già in agenda per stasera.

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