L’INTERVENTO

È ben triste che a far risorgere l’attenzione sulla «questione meridionale» sia la «monnezza» napoletana. Quelle immagini schifose di montagne di rifiuti per le strade di una città che una volta era una delle più seducenti (si diceva: «Vedi Napoli e poi muori») hanno fatto il giro del mondo, con nostra grande vergogna.
Vecchio meridionalista, pur non meridionale di nascita e famiglia, alla questione ho dedicato alcuni saggi, una robusta antologia Anatomia della questione meridionale - e qualche centinaio di articoli, scrissi nel settembre scorso per Il Sole 24 Ore un appello (il titolo: «Dove sono finiti i meridionalisti») perché si riaprisse un dibattito sul grande problema del Mezzogiorno d’Italia, pressoché dimenticato.
Sono almeno vent’anni che sulla questione meridionale ci sono silenzio e disinteresse. La politica non ha più nulla da dire, quasi priva di idee com’è e pressoché incosciente di quello che è, dal punto di vista sociale ed economico, il più grande problema della società italiana. La cultura, anch’essa fiaccata e sfiduciata, se ne sta da parte: osserva, allucinata e silente.
Il meridionalismo colto e pugnace fa ormai parte del passato: il Nord-Sud di Francesco Compagna, le sortite stimolanti del pugliese Vittorio Fiore, i pungenti e nobili scritti di Giovannino Russo sul Corriere, di Antonio Spinosa sul Giornale, le testimonianze decisive di Sturzo, De Gasperi, Di Vittorio, Amendola, La Malfa per la politica, e per gli interventi tecnici e amministrativi di Rossi Doria, Saraceno, Pescatore, e in campo storico e culturale di Rosario Romeo, che si ispiravano alle lezioni, ormai classiche, di Fortunato, Nitti, Salvemini, Dorso, oltre che alle denunce di Sonnino, Franchetti, Zanardelli e alla narrativa di Alvaro, Jovine, Silone, Levi.
Che cosa è rimasto oggi di tale forza, capacità di penetrazione e convincimento che agli italiani ricordi quanto predicava Giustino Fortunato, e cioè che «l’Italia sarà ciò che il Mezzogiorno sarà», e che oggi dice (proprio in un recente discorso a Brescia) Draghi, il governatore di Bankitalia: «Se decolla il Sud, anche l’economia italiana allunga il passo»?.
Che nel 2008 si discuta ancora di un problema che risale all’unificazione d’Italia, un secolo e mezzo fa fra due anni, è francamente una ignominia; proprio così, non si trova parola giusta per definirla. L’Italia è decisamente spaccata in due. L’Ocse (Organizzazione internazionale per la cooperazione e lo sviluppo economico) definisce il nostro Nord simile all’Europa e il nostro Sud al pari dei Paesi del Nord Africa. Anche i dati che fornisce la Svimez non lasciano dubbi: la media del Pil per abitante nel Sud è la metà di quella del Nord. Il divario è enorme, da apparire incolmabile. Un meridionalista rispettabile come Nino Novacco non esita a dichiarare: «Il Sud sta affondando», sì da farne terra senza speranza.
Ci furono anni, quelli del «miracolo economico» italiano, che aprirono i cuori alla speranza. Il Sud sembrò sulla via del decollo: con la riforma agraria si spezzò il latifondo, promuovendo una poderosa spinta sociale, si costruirono infrastrutture, strade, autostrade, sorsero piccoli poli di sviluppo industriale (in Campania, Puglia, Basilicata, Sicilia). La Cassa del Mezzogiorno, voluta da De Gasperi nel 1950, che l’audace riforma tributaria di Vanoni del 1951 permise di sostenere, fu il volano che consentì opere di pubblica utilità con l’erogazione di contributi a privati e enti locali.
Uno sviluppo ci fu in effetti, anche se in una certa misura condizionato e mutilato da cattive gestioni. Parve scomparire il Mezzogiorno miserabile della giovinezza del molfettiano Salvemini e quello pietoso e drammatico del «Cristo si è fermato a Eboli» di Carlo Levi, nonostante che non pochi politici e amministratori esercitassero il potere non diversamente dai soprastanti dell’Ottocento e del primo Novecento. La positività del miracolo economico parve dare ali anche alla questione meridionale.
Poi, lentamente e inesorabilmente, è sopravvenuto il disinganno: si bloccò lo sviluppo, la storia subì arretramenti, alla classe politica locale vennero meno intelligenze, la cultura meridionale non ebbe più niente da dire. Sul Sud cadde un mantello di disaffezione, di abbandono.

Così il Sud di oggi, la cui responsabilità è sì di tutta la classe dirigente nazionale, ma ancora di più di quella locale, che poteri ne ha nelle Regioni, nelle Province, nei Comuni, ma non sa esercitarli, a volte è men che mediocre, finita in discarica come quella napoletana, generalmente senza idee, senza artigli, spesso senza cultura. Un giudizio duro, troppo duro? Ma i risultati visibili non ne permettono uno misericordioso.

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