L’Opa sui partiti

Non è detto che un «manifesto politico» si trasformi per forza in «politica», ma certamente quello di Luca Cordero di Montezemolo non è il rituale discorso all’Assemblea di Confindustria che traccia un bilancio e invita il governo a mettersi in moto per le aziende. Di impresa si è parlato pochissimo, perché il tema montezemoliano è scritto su ben altre basi. Poggiando su premesse distanti dalla prassi confindustriale, il discorso del presidente uscente ha superato i suoi naturali confini per entrare nel confuso universo dell’anti-politica che vorrebbe farsi politica.
In verità, nelle 37 pagine della relazione non emergono poi proposte che rappresentino una vera novità: di Grande Riforma ne parlava Bettino Craxi già negli anni Ottanta; di premierato ne discuteva Giuliano Amato ai tempi della Bicamerale di D’Alema, e il Dottor Sottile continua a tener lezioni tutt’ora; l’abolizione delle Province è un auspicio che si trascina dall’Assemblea Costituente (passarono per un voto); la riforma della legge elettorale è argomento di ogni legislatura; il superamento del bicameralismo era nella riforma costituzionale del governo Berlusconi; sulla previdenza s’è aggrappato alle leggi in vigore e sui costi della politica giunge ben ultimo, preceduto da valanghe di inchieste giornalistiche, comprese quelle storiche del Giornale.
La sinistra di lotta e di governo, largamente rappresentata in prima fila dal presidente del Consiglio e dai presidenti delle due Camere, ha subito in pieno lo tsunami di cose note e non si può dire che abbia reagito con humour inglese. Il mutismo di Prodi (come definire altrimenti le sue quattro parole sulla relazione: «Si commenta da sé») tradisce tutto l’imbarazzo di uno schieramento che un anno fa aveva conquistato Palazzo Chigi grazie anche all’investitura di Montezemolo. Indubbiamente, nella mente di Prodi c’è qualcosa che non torna: proprio il giorno prima aveva «regalato» il cuneo fiscale e il giorno dopo si è trovato un «ringraziamento» che ha fatto esclamare all’ala sinistra dell’Unione: «Ma questi non si accontentano mai!».
Marini e Bertinotti, vecchie volpi della politica, hanno fatto capire che il discorso di Montezemolo peserà per quanti voti riuscirà ad ottenere. E questo è l’interrogativo che tutti si erano posti prima della relazione e si pongono anche dopo: è quello di Montezemolo il discorso di ingresso nella politica? Oppure è soltanto il cavalcare la delusione del mondo produttivo nei confronti del governo Prodi per poi regolare meglio la partita della successione in Confindustria? Infatti, c’è da scommettere che non pochi gli ricorderanno che le cose dette ieri, le aveva in larga misura anticipate Berlusconi più di un anno fa a Vicenza. A quell’epoca il Cavaliere fu lasciato solo dai vertici confindustriali che preferirono investire su Prodi. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
A pochi giorni di distanza dall’autocelebrazione di Prodi a Strasburgo sui risultati del primo anno di governo, Montezemolo ha definito fragile la ripresa, smentendo l’ottimismo del presidente del Consiglio. E richiamandolo eventualmente a fare quello che dice Padoa-Schioppa sul taglio della spesa e a non smantellare la riforma Maroni sulle pensioni. Il discorso di Montezemolo dunque, se non ha novità sul piano delle proposte, lo è dal punto di vista del posizionamento politico di Confindustria: da precoce sponsor a ultimo critico del governo in carica. Certo, Montezemolo non ha aderito alla politica del centrodestra, ma alla vigilia delle elezioni amministrative ha assestato una randellata al governo che, in caso di pesante sconfitta nel voto di domenica e lunedì, di fatto lo omologa con il centrodestra. Cosa che, naturalmente, il presidente di Confindustria negherà in quanto ha cercato per tutta la sua relazione di ergersi non al di sopra delle parti, ma tra le parti. Ma in quale posizione e con quale ruolo? E con quali tempi? E soprattutto con chi? Fare politica significa schierarsi. Difficile che voglia o possa fondare un partito, più facile che possa lanciare un’Opa su qualche segmento dei partiti esistenti. Quali? A caldo si sono registrate poche battute favorevoli, ma i sì entusiasti di Pier Ferdinando Casini e Linda Lanzillotta e gli applausi a scena aperta di Walter Veltroni sono un segnale. Il primo è l’azionista di riferimento di un partito che aspira a un rimescolamento generale delle carte nel sistema politico (e alla fine della leadership di Berlusconi nel centrodestra), la seconda è espressione di una parte della Margherita e delle élite economiche che non vogliono un’egemonia dei Ds nel nascituro Partito democratico, il terzo è il possibile uomo nuovo di un centrosinistra fulminato sulla via di Sarkozy. Ciò che appare evidente è che dopo il governo, il Partito democratico in versione prodiana è l’altra vittima certa del discorso montezemoliano.
Comunque, a Montezemolo, riconosciamo un merito: quello di avere risposto finalmente per le rime al Presidente della Camera Fausto Bertinotti, che aveva definito «impresentabile» il capitalismo italiano.

È stato l’unico momento dell’Assemblea in cui Montezemolo non ha vestito i panni del politico, ma ha indossato il doppiopetto grigio del presidente di Confindustria e ha interpretato l’orgoglio genuino, senza tatticismi, degli imprenditori italiani.
Mario Sechi

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