L'eco dell'Impresa risuonò forte in tutto il mondo

Il fascino esercitato dall'Impresa di Fiume si capisce rovesciando la prospettiva.

L'eco dell'Impresa risuonò forte in tutto il mondo

Il fascino esercitato dall'Impresa di Fiume (12 settembre 1919 - 27 dicembre 1920) si capisce rovesciando la prospettiva. La missione immaginata dal Vate (e realizzata con l'impegno fondamentale di Guido Keller) subisce uno slittamento rivoluzionario. Colpa o merito, dipende dai punti di vista, dell'indecisione del governo italiano presieduto da Francesco Nitti. La gioventù uscita dalla Prima guerra mondiale desidera una rinascita dell'Italia, non accetta di tornare alla vita da civile agli ordini della vecchia classe dirigente. Ecco il rovesciamento di cui si diceva: presto, per i legionari, non si tratta più di annettere Fiume all'Italia, sottraendola al controllo jugoslavo quasi certo in futuro, ma di annettere l'Italia a Fiume. La città contesa si pone al centro di una Lega dei popoli oppressi, che va dall'Irlanda all'Egitto. Non pochi militanti sognano un patto, transitorio o stabile, con la Russia bolscevica in funzione anti-borghese. All'Ufficio relazioni con l'estero, che è il cuore della propaganda del Vate, lavorano un belga, Leone Kochnitzky, e un americano, Henry Furst. L'Impresa ha una eco notevole all'estero, ed è questo, il peso dell'Impresa nella stampa internazionale, uno dei temi più importanti degli studi fiumani ancora da compiere. Questo fatto chiarisce l'interesse, non solo letterario, suscitato dal brano di Proust pubblicato in queste pagine.

A Fiume si celebra una rivoluzione non solo politica. Si sperimentano nuovi modi di stare assieme, le droghe, il sesso libero, il nudismo, le dottrine orientali, la centralità dell'arte in ogni aspetto della vita. Gabriele d'Annunzio promulga la Carta del Carnaro, una costituzione avanzata, destinata, non bisogna mai dimenticarlo, a una città-stato. Fin qui la realtà. Ora sogniamo per un attimo. D'Annunzio vorrebbe federare l'Italia dividendola in cantoni sul modello della Svizzera. Il Vate è consapevole che ogni regione dello Stivale conserva la memoria della propria secolare autonomia. Come fare, in pratica? I legionari potrebbero attraversare l'Adriatico, con la complicità della marina italiana, e sbarcare nei pressi di Ancona. Poi si dovrebbero formare due colonne di legionari. Alla prima sarebbe affidata la marcia su Roma. Alla seconda toccherebbe invece occupare il centro economico per eccellenza, Milano. La scommessa è non incontrare resistenza o quasi. La speranza è che le due colonne, lungo il percorso, si rimpolpino di volontari. Il Re? Sarà costretto a consegnare il potere a Gabriele d'Annunzio, facendo buon viso a cattivo gioco.

Ucronia pura e semplice? Fino a un certo punto. Infatti il piano esiste, fu scritto da Guido Keller. Il vulcanico aviatore aveva anche contribuito a cercare i fondi e a coinvolgere la Marina nella cospirazione, a suo dire con successo. Non se ne fece nulla. Il Vate aveva paura di ritrovarsi senza soldi e senza rifornimenti prima di raggiungere Milano. Quando abbandonò Fiume, sconfitto dall'esercito italiano, chiese ai legionari di non mischiarsi alle scaramucce di fascisti e comunisti.

Evidentemente si illudeva di avere ancora qualche carta da giocare e si considerava alternativo sia ai rossi sia ai neri. Mussolini fu più scaltro. Il capo del fascismo capiva la politica meglio di Gabriele d'Annunzio, che fu un idealista, a modo suo.

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