Nuovi orari, commercianti inferociti LA RABBIA Sui cartelli fuori dai bar spuntano i primi ironici «grazie» al Comune

Nuovi orari, commercianti inferociti LA RABBIA Sui cartelli fuori dai bar spuntano i primi ironici «grazie» al Comune

Sulle vetrine dei loro locali hanno ancora il cartello dello scorso anno. «Vietata la vendita d'asporto dalle ore 1:00. Ringraziando il Comune di Milano (con un velo d'ironia, ndr) e sperando in una vostra collaborazione vi auguriamo una buona serata». Ora, spiega Daniele Patera, titolare de «La Voglia», da quindici anni in corso di Porta Ticinese, «devo aggiornare l'avviso con il nuovo orario». Che quest'anno, secondo la nuova ordinanza emessa dal sindaco (in vigore da martedì scorso fino al 10 novembre), scende di un'ora, facendo scattare il limite già dalla mezzanotte.
«Capisco i residenti e l'esigenza del Comune ma questa scelta ci fa perdere lavoro: come faccio a costringere un ragazzino di 15 anni che viene a prendere un trancio di pizza da me a restare qui dentro? È praticamente impossibile», continua Patera. Tra le nuove norme per governare la movida estiva, nel sempre delicato equilibrio tra gli interessi dei commercianti e quelli dei residenti, il punto che più di tutti mette sul piede di guerra gli esercenti è proprio questo: l'abbassamento del limite orario per vendere prodotti alimentari da asporto. La focaccia, la piadina o il gelato vanno consumati rigorosamente lì dove vengono acquistati.
Gli orari di apertura estesi di un'ora - fino alla 3 nella zona del Ticinese e dei Navigli, fino alle 2 in quella di Corso Como e dell'Arco della Pace - «non servono a nulla se non possiamo vendere, così ammazzano le attività commerciali», fa notare Maurizio Del Prete, del «Martin Cafè» bar storico delle Colonne di San Lorenzo. «Ho sei dipendenti e se si continua così dovrò licenziare qualcuno. Senza contare - aggiunge - che i ragazzi oggi escono di casa alle 23.30». Il vicepresidente dell'Epam Alfredo Zini fa notare che «se il limite dell'una è comprensibile, quello delle 24 crea problemi, perché vuol dire che non si può più neanche portare una vaschetta di gelato per mangiarla a casa come dessert». E sottolinea il profilo legale della questione: «Si parla di “somministrazione da asporto”, ma nessuna legge usa questa formula. E questa norma potrebbe entrare in conflitto con il decreto sulle liberalizzazioni». Il portavoce dei titolari degli esercizi commerciali, in ogni caso, ribadisce la disponibilità al confronto con l'amministrazione e con i residenti, «come abbiamo chiesto più volte dal 30 maggio ad oggi al sindaco Pisapia e all'assessore D'Alfonso, senza per ora ricevere risposta». L'alternativa è valutare un ricorso al Tar. Pagare un avvocato, del resto, costa quasi quanto beccarsi le multe.

«Qualche settimana fa ho dovuto pagare una sanzione di 500 euro solo perché tenevo la porta aperta, nonostante piovesse a dirotto e non ci fosse quasi nessuno per strada - racconta ancora Patera. Altre volte impongono anche la chiusura, con il mancato guadagno che ne consegue. E siamo appena all'inizio della stagione».

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