Gli occhi della guerra a Kabul. Tra terremoto, Isis e talebani

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Gli occhi della guerra a Kabul. Tra terremoto, Isis e talebani

É molto cambiata Kabul: se non fosse per il traffico, i militari, le protezioni intorno ai palazzi, sembrerebbe quasi una normale città del Centr’Asia. Ma a parte le principali strade asfaltate, c’è la sensazione di qualcosa che trami nell’ombra. Forse perché è il giorno dopo il terribile terremoto che ha colpito il nord dell’Afghanistan, forse perché gli afgani sanno che c’è sempre la possibilità che qualcosa accada. Ma c’è qualcosa che rasserena: i giovani, che all’ora di pranzo li vedi riversarsi fuori dalle scuole, dalle università, nelle loro divise illuminate da volti sorridenti. Ragazzi e ragazze, alla faccia di quei talebani o conservatori che pensano che le donne dovrebbero stare a casa. Hotra ha 13 anni e non ha dubbi: lei non si sposerà mai e vuole diventare dottore. Le chiedo perché è importante studiare e senza la minima esitazione con la fierezza di una giovane donna che ti guarda negli occhi mi dice che non saper leggere è come essere ciechi. Non si può può lavorare e contribuire a costruire un paese migliore. Loro sono il futuro, intrappolato in un passato ancora troppo presente. Poco dopo invece Walì, mi racconterà la paura di vedersi cadere il negozio addosso. Un attimo prima sei con tuo figlio a vendere in un alimentari e poi qualcuno cerca di estrarti con le ossa tutte rotte. É in ospedale che giace in un letto, il figlio in corridoio perché non c’è posto. Il terremoto, i talebani, l’Isis, la sicurezza e la dipartita degli stranieri ha stranito la capitale che ha chiuso molti ristoranti, negozi, le case che si affittavano a 10, 20 mila dollari al mese, ora sono vuote. Perfino l’albergo dove pullulavano giornalisti, uomini d’affari, contractors, è vuoto. E i pochi che restano sono devastati da una sicurezza che non ha mai fermato gli attentatori suicidi, ben due volte, ma limita il lavoro di chi si trova qui, a volte con pretese assurde. Ma che non puoi discutere perché tutti rispondono all’onnipresenza dei servizi di intelligence che comandano senza dare spiegazioni. Una Kabul piena di promesse, ma sempre più difficile da vivere. Ma soprattutto una scommessa che se gli afgani perdessero, finirebbe per trascinare il paese in quel vortice di violenza dove tutto è cominciato.

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