Nell’antica Grecia va di moda il cabaret filosofico

Non aspettatevi un allestimento classico da Le nuvole di Aristofane che Antonio Latella presenta all’Argentina da questa sera. Non aspettatevi cioè un impianto tradizionale e filologico che renda ragione dell’antichità di questa commedia assai filosofica andata in scena la prima volta ad Atene nel 423 aC.
Aspettatevi piuttosto uno spettacolo innovativo, e grottesco che, proprio perché tale, riuscirà senza dubbio a scoprire i nervi moderni di un’opera dove si parla di educazione e morale, di padri e figli, di giustizia e inganno, di linguaggio e pensiero. E se ne parla, tanto più, attraverso le parole taglienti tradotte ad hoc da un giovane drammaturga romana, Letizia Russo, già artefice anni fa di una coraggiosa traduzione dell’Edoardo II di Marlowe portato in scena sempre da Latella. Il quale, in scena pure a Napoli con Don Chisciotte e con il complesso (H) L_Dopa ispirato ai libri di Oliver Sacks, ha dato alla partitura di Aristofane l’andamento di un «cabaret trascendente» intriso di riferimenti metateatrali, di musica rock (quella degli Oasis), di citazioni cinematografiche (2001. Odissea nello spazio di Kubrick) e di pennellate clownistiche appannaggio di quattro eclettici interpreti - Marco Cacciola, Annibale Pavone, Maurizio Rippa e Massimiliano Speziani - vestiti rigorosamente di nero ma non schivi nell’indossare tutù e piume di struzzo.
D’altronde, una felice impronta cabarettistica è toccata in sorte, di recente, pure a un altro titolo del grande commediografo greco, Gli uccelli, rivisitato dall’immaginazione contemporanea di Federico Tiezzi.
Non meravigliatevi dunque di tanta fantasia registica. Essa si rivela spesso indispensabile per avvicinare all’attualità i capolavori più antichi. Nel caso de Le nuvole poi la vicenda si offre volentieri a variazioni sensate: gravato dai debiti il vecchio Strepsiade si fa discepolo socratico per imparare qualche imbroglio utile a tacitare i creditori; ma la nuova filosofia non farà che provocargli danni e ancor peggio andrà con suo figli Fidippide, meglio capace del padre di assimilare gli insegnamenti dei cattivi maestri e convinto seguace del Discorso ingiusto.
Il vertice poetico del testo è rappresentato proprio dalla disputa tra Discorso giusto, destinato alla sconfitta visto che ormai gli individui hanno perso il senso della giustizia, e Discorso ingiusto.

«In questa commedia - spiega il regista - il vero personaggio è il Pensatoio di Socrate, un luogo-non-luogo, uno spazio che ha porte da varcare ma non ha pareti dove l’inafferrabile diventa forma ma resta incomprensibile: Le nuvole sono i nostri desideri e le nostre paure, le nostre gioie e i nostri orrori; diventano tutto ciò che vogliamo ma non potranno mai esistere, anche se sono indistruttibili come le idee».
Da vedere!

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