Oggi il vertice per restare a Kabul senza fiducia e con pochi militari

L’ala sinistra dell’Unione non vuole l’appoggio Udc e «maggioranze variabili». Diliberto: «Dobbiamo andare via». D’Alema cerca il compromesso

Roberto Scafuri

da Roma

Nessun soldato in più, niente «ridislocamento» di mezzi da guerra dall’Irak, nessun cambio di area di intervento dalle attuali Herat e Kabul. Maggiori risorse per l’impegno civile, inserimento delle spese per le missioni nella prossima finanziaria. Su questo delicato «punto di equilibrio» la maggioranza si gioca la sua prima partita in politica estera. Ed è vero che quella di mezzogiorno in Senato sarà una «riunione decisiva», come pronostica il capogruppo dei senatori di Rifondazione, Giovanni Russo Spena. Decisiva per stabilire se il governo conserva nella politica estera il suo «tallone d’Achille», oppure può fare a meno di «stampelle» da parte di settori centristi. L’Udc ha infatti confermato ieri, per bocca del capogruppo dei senatori Francesco D’Onofrio, l’intenzione di dire «sì» a «qualsiasi provvedimento che riguardi le missioni», a patto che non ci sia la questione di fiducia. «Noi non facciamo l’occhiolino a nessuno - dice D’Onofrio -, ma tra interesse nazionale e stabilità del governo per noi prevale l’interesse nazionale...».
Scongiurare il ricorso alla fiducia è però una scommessa soprattutto per Romano Prodi. Anche perché il Pdci e gli altri partiti della sinistra sono nettamente contrari a «geometrie variabili» e sarà essenziale una prova di compattezza della maggioranza. Il premier si è speso in un lavoro di mediazione che ieri ha avuto un altro puntello nella disponibilità del ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, a «tenere conto delle indicazioni che arrivano dal Parlamento, in forma di mozione o ordine del giorno». Il governo, ha aggiunto D’Alema, metterà in campo «una proposta seria che sarà valutata con serietà». Come sottolinea la ds Marina Sereni, si pensa che ci sia «lo spazio per un compromesso alto». Quanto «alto» lo si vedrà nella riunione di oggi.
La posizione della ministra Bonino, per la quale è «irresponsabile» abbandonare l’Afghanistan, viene mitigata dal compagno della Rosa nel pugno, Roberto Villetti: «Oggi non si pone il problema del rafforzamento del nostro contingente». «La missione deve restare quella che è», taglia corto il sottosegretario agli Esteri, Famiano Crucianelli. Minimalismo realista che trova spunti nella posizione del senatore a vita Giulio Andreotti, propenso a una «verifica dei costi della missione» e al «condizionare la nostra permanenza in Afghanistan all’impegno nel porre un freno alla vergognosa ripresa in grande stile del narcotraffico...».
Il variegatissimo fronte del «no» alla missione afghana (che oggi vedrà in piazza a Montecitorio i Cobas di Bernocchi) può contare anche sull’apporto del presidente emerito Francesco Cossiga, che trova la missione «irragionevole e non giusta». Cossiga è deciso ad astenersi, se non verrà posta la fiducia. Singolare consonanza con la posizione del leader comunista Oliviero Diliberto, che vorrebbe l’«impegno solenne in Parlamento» del governo a «chiedere alla Nato il ritiro». Una possibilità che il sottosegretario alla Difesa, Lorenzo Forcieri, trova remota anche perché la missione «non è soltanto della Nato, ma vede impegnata l’intera comunità internazionale, con Paesi quali la Svizzera, l’Albania, la Svezia...».
Inutile dire che il «punto d’equilibrio» lacera le coscienze pacifiste che, con il medico Gino Strada, ritengono che «si stia solo giocando alle tre carte, perché di guerra si tratta». Rifondazione ieri ha tenuto una lunga segreteria per stabilire linee di «massima compattezza». Per questo, anche dopo l’incontro di oggi, il gruppo si riunirà per decidere assieme il da farsi. La minoranza, intanto, continua a professare linea dura, e Malabarba, Grassi, Russo, Cannavò condizionano il loro voto alla presenza nella mozione di un vero piano di ritiro dall’Afghanistan.

Ma in via del Policlinico, sede di Prc, già da giorni è suonata l’ora del «serrare le file» e si chiarisce che «non può esserci una libertà di coscienza su determinate decisioni». Porte aperte al dissenso, nessuna concessione ai kamikaze del «ritorno all’opposizione».

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