Ok con brivido al piano Obama, ma il Senato americano è spaccato

Il testo anti-crisi voluto da presidente passa grazie a Brown, richiamato dal funerale della madre. Repubblicani critici: la clausola "buy american" è una chiusura autarchica

Ok con brivido al piano Obama, ma il Senato americano è spaccato

Se dopo le polemiche dei giorni scorsi, con le due Camere del Congresso che avevano approvato due versioni diverse del piano da 787 miliardi di dollari per uscire dalla crisi, Obama sperava in una votazione bipartisan, è sicuramente rimasto deluso. Al Senato, le cose non sono andate come il presidente Usa avrebbe voluto e ai 55 senatori democratici e ai due indipendenti si sono aggiunti soltanto tre repubblicani: il minimo indispensabile per non dover rimettere in discussione tutto il provvedimento.
Il pacchetto di stimoli all’economia, infatti, è passato per una corsia preferenziale e aveva bisogno di 60 voti per essere approvato. Anche per questo, oltre che per la complessità del pacchetto, la votazione è stata inusualmente lunga: ben cinque ore e diciassette minuti. Un tempo quasi da record per Capitol Hill, dovuto a una circostanza eccezionale, ovvero all’assenza in aula del senatore democratico Sherrod Brown, dell’Ohio, prelevato da un aereo del governo nel suo Stato, dov’era corso per la veglia funebre della madre.
Insomma, nonostante la promessa di nuovi aiuti ai disoccupati e di nuovi sussidi sanitari, oltre che di ulteriori 100 miliardi per gli Stati che compongono l’Unione, i repubblicani al Senato non hanno rotto le righe e non si sono schierati col piano del presidente. E anzi, uno dei loro leader, John A. Boehner, ha addirittura reagito con stizza, scagliando il faldone da 1073 pagine sul pavimento. «Il presidente Obama - ha tuonato dal suo seggio - aveva detto che questo sarebbe stato un piano per il lavoro. E invece è stato trasformato solo in spesa, spesa e ancora spesa».
La Camera, invece, aveva votato con meno problemi nel pomeriggio: con 246 voti contro 183 il piano era stato approvato definitivamente, con la soddisfazione della speaker democratica Nancy Pelosi. «Serviva un’azione rapida e decisa, questo ci aveva chiesto la Casa Bianca - ha detto -. Gli americani stanno soffrendo molto, si sentono come se non ci fossero certezze per il loro lavoro, per la loro salute, per l’educazione dei loro figli, per il loro futuro. Questa è la nostra risposta». Che, a onor di cronaca, non convince tutti fino in fondo. I 787 miliardi del piano, che sono comunque meno di quanto il partito di Obama avesse inizialmente preventivato, verranno usati per tagli alle tasse sul breve termine, in modo da dare sollievo alle finanze delle famiglie e delle imprese, e per interventi di spesa sul lungo periodo, con l’intervento del governo su infrastrutture, educazione, energia, tecnologia e sanità. Comunque, ha fatto sapere l’Ufficio budget del Congresso, il 74 per cento del pacchetto verrà speso entro 18 mesi: una rapidità che potrà determinare la buona riuscita del piano. A livello internazionale, poi, ha destato molta perplessità l’idea della clausola «buy american», che ha fatto temere derive protezionistiche. «La applicheremo nel rispetto delle regole del commercio libero», ha detto al G7 di Roma Timothy Geithner, il segretario al Tesoro. «È più uno slogan che un vero proposito», ha chiosato il ministro dell'Economia Giulio Tremonti.
E se i democratici sono soddisfatti e parlano con orgoglio dei provvedimenti del primo mese di governo di Obama, c’è chi è sicuramente messo in subbuglio dal piano. Sono i manager di Wall Street e delle grandi multinazionali che, a causa di un emendamento del senatore del Connecticut Christopher Dodd, vedranno intaccati i loro bonus.

Anche se la proposta di Obama di mettere un tetto ai bonus dei manager non aveva trovato seguito, l’emendamento approvato assieme al pacchetto prevede che i premi non possano superare un terzo dello stipendio, oltre ad altre restrizioni. «Sono misure dure - ha lamentato sul New York Times Alan Johnson, consulente di molte banche di Wall Street -. Renderanno tutto più difficile, anche il rinnovo del parco manager».

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