Ora Prodi parla, contro Pisanu E la sinistra: «Stato di polizia»

Il leader dell’Unione: «L’uso della forza è un grave errore». Ma Rutelli prende le distanze: «Impegno da mantenere per non restare esclusi». Fassino: il governo assicuri che non ci saranno più violenze

Luca Telese

da Roma

Che non si tratterà di una giornata di semplici schermaglie, lo capisci a metà mattina, quando scende in campo, con tutto il suo peso, il leader del centrosinistra. Romano Prodi, appresa la notizia della guerriglia in Val di Susa ci ha pensato solo poche ore prima di decidere definitivamente, poi ha preso una posizione nettissima: «La decisione del Viminale di sgomberare con la forza il cantiere della Tav - dice il candidato premier dell’Ulivo - è un grave errore che produce solo esasperazione. La via giusta - aggiunge - non può essere che quella del dialogo con la popolazione per superare insieme la situazione di difficoltà». Pochissime frasi scelte, frutto di consultazioni frenetiche, con gli altri leader della coalizione e con il suo staff. Eppure, malgrado la presa di posizione sia ridotta all’osso, non può sfuggire la condanna esplicita del ministro Beppe Pisanu, «velata» soltanto, dall’indicazione del Viminale.
Ma ormai il meccanismo è innescato, anche perché, se Prodi condanna, il resto dello schieramento non può che intonarsi su quella lunghezza d’onda. Sono molti, nella giornata di ieri, gli uomini del centrosinistra che evocano i fantasmi del G8, lo «stato di polizia», la repressione. Uno dei primi è il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, che fa un accostamento esplicito con le gli scontri della «zona rossa» di Genova: «Il governo - dice - vuole una Genova due. Le dichiarazioni di questi giorni avvalorano tale preoccupante ipotesi». E subito dopo aggiunge: «Prima Pisanu getta l'allarme di infiltrazioni terroristiche e sovversive tra i manifestanti, da giorni impegnati nella difesa del proprio territorio e della propria sicurezza. Poi, questa notte è arrivata la risposta delle forze dell’ordine con violentissimi e ingiustificati atti di violenza verso i manifestanti, che pacificamente presidiavano la valle».
È quasi mezzogiorno quando parla Piero Fassino, il segretario dei Ds. Nella prudenza delle sue parole si può trovare traccia del braccio di ferro che c’è stato nella coalizione: «La scelta del governo di risolvere con la forza invece che con il dialogo e il negoziato la difficile situazione in Val di Susa non può essere accettata. Lo sgombero forzoso effettuato nel cuore della notte con il ferimento di manifestanti - sottolinea il leader della Quercia - esaspera un clima di tensione già pericolosamente alto. Per questo sono preoccupato e chiedo al ministro degli Interni di assicurare che non ci saranno più atti di forza e di violenza». La differenza rispetto alle parole di Prodi salta all’occhio: il primo condanna Pisanu, il secondo si appella a lui. Fassino, per giunta, non può respingere il progetto della Tav, sostenuta da un presidente di regione - Mercedes Bresso - che fa parte del suo partito: «Noi rimaniamo convinti - conclude Fassino - che la strada giusta sia quella del dialogo e del coinvolgimento delle comunità locali della Val di Susa nella ricerca di soluzioni ragionevoli e condivise». E ieri, ovviamente, si capiva ancora meglio la difficoltà in cui si dibatte il gruppo dirigente diessino. Era stato proprio Pierluigi Bersani (l’uomo che tutti indicano come il dirigente più adeguato alla leadership della Quercia), il ministro che aveva ufficialmente approvato il progetto, con una solenne conferenza stampa, il 25 gennaio del 2001. Proprio in quei giorni, rivolgendosi ai sindaci della valle che animavano le prime contestazioni, Bersani aveva detto: «Nella mia vita ho visto altre situazioni del genere, ma c’è una cosa su cui riflettere. Il parlamento ha deciso che bisogna fare la Torino-Lione e io che sono un ministro rispetto la decisione e ubbidisco». Questo ben quattro anni fa, e Bersani, persona coerente non ha cambiato idea. Così il Botteghino si trova schiacciato fra l’incudine e il martello, del né aderire né sabotare. Anche la Bresso ieri era nella stessa situazione: «Sono desolata che si sia arrivati a una soluzione di questo tipo, una forzatura che in qualche modo tutti ci attendevamo, ma che rende più difficile un'azione di mediazione che è assolutamente necessaria». Persino Massimo D’Alema, puntava l’indice, definendo lo sgombero «un’operazione chiaramente preordinata». Sul fronte opposto, e altrettanto coerentemente contraria, (anche in questo caso da quattro anni) c’è Rifondazione comunista, che ieri, con il capogruppo alla Camera Franco Giordano chiedeva una relazione di Pisanu alle Camere e attacca: «È incredibile che l'unica presenza dello Stato in Val di Susa si manifesti attraverso la militarizzazione della valle e l'uso della forza». Ovviamente il Prc, è partito lancia in resta e dopo soli pochi minuti scendeva in campo anche il segretario: «Si tratta di un episodio terribile e anche di irresponsabilità sociale». Per il deputato verde Mauro Bulgarelli il governo è «antidemocratico e autoritario», e certo nessuno si sarebbe mai immaginato di sentire un ex poliziotto come Antonio Di Pietro attaccare con queste parole: «Applicare lo stato di polizia per risolvere i problemi è sempre un errore e non è da Stato democratico». Unica voce autorevole fuori dal coro, a sinistra? Quella del leader dello Sdi Enrico Boselli: «Bisogna vedere se era assolutamente necessario, ma certo c'è assolutamente bisogno di un'opera come la Tav». È la stessa linea del presidente della Margherita Francesco Rutelli che da Padova ha ribadito la sua posizione sulla Torino-Lione: «È un impegno preso che bisogna mantenere altrimenti l'Italia sarà tagliata fuori dai grandi traffici».

«Senza Tav - ha proseguito - non riusciremo a ridurre la congestione delle merci su strada. La riflessione che stanno facendo dall'altra parte delle Alpi, gli stessi ambientalisti francesi, contiene una verità profonda».

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