«Oriana Fallaci, la Signora che risvegliava le coscienze»

Era la sua «voce», sempre al suo fianco, soprattutto durante la malattia

«Oriana Fallaci, la Signora che risvegliava le coscienze»

Portavoce discreta di una grande donna, impegnata oggi a far rivivere il ricordo e l'immenso patrimonio culturale di Oriana Fallaci. Daniela Di Pace preferisce non apparire. Nemmeno in questi giorni speciali, di commemorazioni, trascorsi a New York per inaugurare insieme al ministro Francesco Rutelli la mostra dedicata a quella che lei chiama la sua «Signora». È così che vive Daniela Di Pace, orgogliosa dei grandi servizi sui telegiornali, frizzante per i nomi prestigiosi presenti al convegno che ha organizzato alla Public Library, ma sempre rispettosa della figura ingombrante della Fallaci. Per questo ieri da assistente della scrittrice fino alla sua morte e oggi incaricata di seguire il «Progetto Fallaci» per cui ha vinto recentemente il premio come «top assistent» al congresso delle assistenti di direzione, sembra quasi un volto nascosto.
Nascosto forse nei giardini di via Quadronno intitolati dal sindaco Letizia Moratti alla memoria della sua Signora. Perché in fondo solo lei, da fedele assistente, rappresenta quella radice milanese che la fiorentina Fallaci non ha mai strappato. E anche «se la Signora non si sentiva cittadina italiana ma fiorentina», come spesso diceva - «Milano era la sua terza casa», racconta - «qui si trasferì da Firenze per lavorare all'Europeo» e poi la grande avventura con la Rcs. E proprio dalla casa editrice di via Rizzoli nasce il legame fra queste due donne che hanno saputo integrarsi, persino unirsi.
«Dopo esperienze in diverse società nel 1998 entrai a far parte del gruppo Rizzoli quale assistente del direttore generale del Corriere della Sera. Nel 2005 quando fu licenziato Sandro Sechi avvenne la svolta di vita e diventai assistente di Oriana Fallaci fino alla sua morte e a tutt’oggi sono colei che cura la sua opera per conto degli eredi all'interno del gruppo Rcs».
Ma cosa faceva esattamente per lei?
«Tutto. Ero la sua assistente, il suo ufficio stampa, gestivo tutti i suoi rapporti. Ero il suo filtro. La Signora era ossessionata per la privacy, non dava il suo cellulare a nessuno. Addirittura quando le annunciarono la consegna dell'Ambrogino d'Oro, poiché non voleva dare al sindaco Gabriele Albertini il suo numero, feci io da tramite al telefono. Estremamente riservata, non voleva ricevere premi. Ero spesso io a consigliarle di accettare, a insistere. Negli ultimi anni, con la malattia, divenne ancora più chiusa. Si alzava molto presto, leggeva, scriveva fino a notte inoltrata. La Fallaci era anche molto generosa con le persone che stimava. Ogni tanto mi faceva regali, libri antichi, la sua passione. Non faceva vacanze, aveva un rapporto con la famiglia pacato. Adorava il nipote Edoardo, suo amico fidato, l'unico della famiglia vicino al suo letto prima di morire».
Parla di svolta di vita: cosa significa seguire professionalmente e privatamente Oriana Fallaci?
«Lavorare 24 ore su 24, fino all'ultimo suo giorno, nonostante la malattia che la indeboliva, nonostante l'ossessione della morte. Diceva spesso “Sto morendo, sto morendo”. Ma non mollava. Fino alla fine ha lavorato. Passavamo le serate, fino a notte fonda, con la Signora che dettava lettere. E poi ricominciava daccapo, dopo aver scritto tutto. Le sue correzioni erano infinite, amava la perfezione della lingua e del linguaggio. Diceva spesso che era una “giornalista per caso”, era il passaggio obbligato per diventare scrittrice. Essere assistente di una persona così famosa, così riservata, vista da molti come il terrore del terrore, è stato soprattutto un onore, l'esperienza che mi ha cambiato la vita, l'avventura più bella».
Cosa insegna Oriana Fallaci?
«Che la libertà di pensiero deve sempre essere reciproca. Voleva la parità fra uomo e donna e fu la prima a dimostrarlo come prima inviata di guerra. Tanti nemici, pochi grandi amici, troppi voltagabbana. Ma quando ci fu il grande ritorno di Oriana sui giornali, dopo l'11 settembre, la gente fotocopiava le pagine dei suoi scritti e le distribuiva per le strade. Oriana è questo. Risveglio delle anime, presa di coscienza delle persone. È stata per le donne un punto fermo, una pietra miliare, un contributo notevole alla parità delle professioni in anni lontani, tra uomini e donne, e lo ha dimostrato con il suo coraggio, la sua fermezza, la sua determinazione, il suo senso del dovere e lo spirito di avventura».
Rimpianti?
«“Mi dispiace proprio morire adesso”, mi diceva la Signora, “Ho raggiunto una maturità tale che ora potrei scrivere cose meravigliose”. La Signora non faceva il suo lavoro per riconoscimento, non lavorava per guadagnare. Non scriveva per il lettore. Mi diceva sempre che “il libro è un atto d'amore, un atto privato, non pubblico”».
Lei, Oriana Fallaci, voleva che il suo libro postumo fosse pubblicato. «Bisogna pubblicarlo», diceva.

Lei, Daniela Di Pace, fa rivivere la sua forza, il suo coraggio con il «Progetto Fallaci». E, dopo New York, una grande mostra a Milano che inaugurerà il 14 settembre a Palazzo Litta, poi a Roma, il 15 dicembre al Vittoriano.

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