OTTO DOMANDE PER IL BAFFINO

Massimo D’Alema ci querela. O meglio annuncia la sua intenzione di querelarci, che non è necessariamente la stessa cosa. All’aspirante segretario-ombra del Pd non è piaciuto il fatto che il Giornale abbia parlato di un’inchiesta, poi insabbiata, che verteva su un giro di squillo utilizzate per ottenere favori e appalti dai politici e che vedeva pesantemente coinvolti alcuni dei suoi più stretti collaboratori quando Baffino era presidente del Consiglio. All’epoca, per intendersi, in cui Palazzo Chigi fu definito «l’unica merchant bank in cui non si parla inglese». Parole di Guido Rossi: non certo un nemico della sinistra, diciamo.

Strano che il líder Maximo si sia risentito. Perché ci pareva che ultimamente, tra «scosse» e dichiarazioni, fosse invece piuttosto sensibile a questo tipo di faccende. Non era stato lui, dopo una visita a Bari, ad avvertire compiaciuto i suoi di tenersi pronti perché era in arrivo qualcosa di grosso contro Berlusconi? E non era stato sempre lui, a proposito di quanto emergeva dall’inchiesta pugliese, a parlare di «schifo», di «vicenda di rilevanza indubbiamente politica» e a intimare al Cavaliere di «fornire chiarimenti sui suoi comportamenti privati che offrono un desolante spettacolo che ha poco a che fare con l’etica condivisa dagli italiani»? E stava parlando di un presunto rapporto sessuale in una casa privata. Come mai ha cambiato così repentinamente idea, visto che l’inchiesta di cui ha riferito il Giornale riguarda molti e accertati incontri a luci rosse «finalizzati a ottenere benefici economici nella forma di ghiotti appalti o incarichi ben remunerati», come scriveva il capo della Mobile? Sono episodi che fanno forse parte «dell’etica condivisa dagli italiani»? Proprio sicuro, onorevole? Anche se è stato provato che qualcuno di quei focosi rendez-vous mercenari si è svolto negli istituzionalissimi uffici della Camera dei deputati? Ci permetta almeno di dissentire.

E, visto che ci siamo, che fine ha fatto quella difesa della libera stampa che la sinistra alza, in questi giorni più che mai, come un vessillo? D’Alema annuncia un’intimidatoria querela, il suo pretoriano Luigi Zanda ci insulta in modo volgare. Fateci capire: non vorrete mica che qualcuno possa pensare male. Per esempio che la libertà che avete in mente sia quella per cui i vostri giornali di riferimento, Repubblica in testa, hanno il diritto-dovere di intrufolarsi quotidianamente sotto le lenzuola di signore e signorine di dubbia reputazione sperando di trovare qualche traccia del passaggio del Cavaliere, mentre tutti gli altri devono star lì a fare il coro. E appena «steccano», via con le querele. Non sarebbe molto democratico, diciamo. E comunque, spiacenti ma noi la pensiamo in modo diverso.
Noi pensiamo, e l’abbiamo ripetuto più volte, che non ci piace lo spettacolo a cui stiamo assistendo in questi giorni. Ma ancor meno ci piace l’idea che sia stato allestito solo e unicamente perché il protagonista si chiama Silvio Berlusconi. I tribunali speciali ci fanno un po’ paura. Sono settimane che l’inchiesta di Bari sta tenendo banco, senza peraltro andare un passo più in là di Patrizia D’Addauro e del suo registratore nascosto. Sono settimane che Repubblica e i suoi fratelli ci ammanniscono ogni giorno sempre lo stesso piatto, con gli stessi ingredienti mescolati in modo diverso e condito da insinuazioni spacciate per domande.

Ora qualche domanda vorremmo farla anche noi, se non vi è di troppo disturbo. Perché l’inchiesta sui D’Alema boys è stata chiusa così frettolosamente? Che cosa ha esattamente ricevuto in cambio dei suoi servizi la maîtresse che forniva le ragazze? È vero che appalti che riguardavano anche società partecipate dallo Stato sono stati inquinati da questo vorticoso giro di squillo a Montecitorio e dintorni? Come mai la nostra solerte magistratura (che a Bari sta facendo sfilare in Procura lucciole, escort e trans per stabilire quante feste si tengono a Cortina) non ha sentito l’esigenza di appurare chi era quel «politico molto influente» che ha goduto dei favori di una prostituta all’interno della Camera dei deputati? Perché nessun investigatore è stato punto dalla curiosità di approfondire i rapporti tra la famosa maîtresse e l’onorevole Lorenzo Cesa, cattolico, attuale segretario dell’Udc, visto che i due erano in società insieme? Come mai in quel caso nessuno si affrettò a passare le «carte» agli organi di informazione? Qualcuno crede davvero che l’indagine rivelata dal Giornale non contenga elementi molto più seri di quella che sta avvelenando la vita del Paese da settimane? Qualcuno crede davvero che quella vicenda si sarebbe risolta in modo così rapido e indolore se al posto di D’Alema ci fosse stato Berlusconi?

Ecco le nostre domande: non sono dieci, ma ci

accontentiamo. Certi che domani la Repubblica, l’Unità, il País, il Times e tutti gli altri immacolati guardiani della democrazia le rilanceranno da par loro. In nome della libertà di stampa e per il bene della nazione.

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