Parte la corsa dei successori a contendersi la sua eredità

La sfida tra Cameron e Brown per recitare il ruolo vincente di Tony

Lo hanno soprannominato «“Tory” Blair». Perché a 39 anni, quando nel dicembre 2005 diventa il nuovo leader dei Tory, di Blair ha il sorriso, l’ottimismo, la loquacità, l’ironia, le doti comunicative e la voglia di cambiare il partito, applicando riforme per renderlo nuovamente eleggibile. Insomma, già allora sembrava un piccolo clone del premier in carica. Ma a distinguerlo dal primo ministro non è un dettaglio: David Cameron somiglierà anche a Blair, ma è un Tory, un conservatore, l’uomo che ricopre l’incarico che era un tempo di Margaret Thatcher. Eppure in molti continuano a vedere in lui il vero erede del premier uscente, l’uomo che alle prossime elezioni - proprio come fece Blair nel ’97 dopo diciotto anni di dominio del Partito conservatore - potrebbe sconfiggere il New Labour, vincente da tre legislature consecutive. David Cameron potrebbe farlo con lo stesso carisma, raccogliendo il meglio dell’eredità blairiana. Lui stesso - racconta la stampa inglese - si definì in privato «l’erede di Blair» alla vigilia della corsa alla segreteria del partito.
Sì, perché se c’è un dato certo nel futuro politico del Regno Unito è che, nonostante la stampa abbia sviscerato di Blair, oltre che i pregi, anche molti difetti, il fantasma del premier peserà parecchio sui suoi successori. E nonostante entrambi, David Cameron e Gordon Brown, cerchino di trovare una strada politica del tutto personale, la corsa all’eredità di Blair e il tentativo di contendersi il trono di successore simbolico di un primo ministro che ha cambiato il volto del Regno Unito sono una sfida a imitare il premier uscente.
A rilanciare il concetto di «eredità blairiana» qualche giorno fa è stato George Osborne, Cancelliere ombra, l’esperto di economia dei conservatori, sostenendo che il suo partito è quello che meglio potrà proseguire lungo la strada delle riforme sociali lanciata da Blair. «Non si sta copiando il New Labour, ma si sta imparando dai suoi errori. Non si stanno abbandonando i principi conservatori, ma si stanno applicando in modo diverso alle nuove sfide», ha detto David Cameron davanti a una platea di militanti di partito e candidati a Tooting, nel sud di Londra, lanciando il suo «manifesto». La strada, insomma, è quella avviata da Blair. Ora è tempo di apportare modifiche e aggiustamenti.
E a modifiche e aggiustamenti si sta sottoponendo Gordon Brown. Invece che presentarsi agli inglesi come l’antiBlair (così come qualcuno gli aveva suggerito), Brown ha capito che al suo predecessore deve rubare alcune delle doti che lo hanno reso imbattibile: ars oratoria e ironia, per esempio. Qualche giorno fa il Guardian lo sbeffeggiava raccontando che per rendersi più simpatico Brown ha cominciato a raccontare barzellette durante gli incontri e le conferenze stampa. Peccato che ripeta sempre le stesse.

Anche sulle scelte politiche il nuovo primo ministro pare non voglia commettere l’errore di spostare la bussola del partito troppo a sinistra (come qualcuno aveva previsto), e se qualche mini-rivoluzione nascerà sotto la sua stella (per esempio l’allargamento dell’esecutivo ai liberaldemocratici), anche questa ricorderà il vecchio Tony e la «clause four» che mise fine all’era delle nazionalizzazioni all’interno del partito. Cala il sipario, insomma, ma l’ombra del primattore resta lì, al pari della voglia di accaparrarsene l’eredità.

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