Perché Mastella è prigioniero del suo partito

Arturo Diaconale

Molti sostengono che dietro la decisione di Clemente Mastella di rimanere nel centro sinistra ci sia stato il timore di poter subire ritorsioni di ogni genere, da quelle politiche a quelle giudiziarie, in caso di passaggio alla Casa delle Libertà.
L’ipotesi è credibile. Non solo perché la sinistra non perdona e perseguita all’infinito chi si permette di uscire dalla sua orbita. Ma anche perché i militanti di sinistra presenti all'interno della magistratura tendono ad assumere fin troppo spesso il ruolo di vendicatori. E chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la politica (e Mastella ne mastica parecchio da tempo immemorabile) sa bene che nell’epoca della discrezionalità dell’azione penale il rischio di finire nelle mani dei «garanti dell’unità» delle forze progressiste non è affatto campato in aria.
Ma anche tenendo conto di questi fattori sarebbe un errore marchiano ipotizzare che la conferma della collocazione a sinistra dell’Udeur sia dipesa solo dalla paura delle ritorsioni.
Il fattore determinante della scelta di Mastella è stato un altro. E questo fattore riguarda il dna dell’Udeur , che non è un partito d’opinione diffuso in maniera uniforme a livello nazionale ma è una forza politica a struttura essenzialmente clientelare radicato solo in alcune regioni meridionali. E come tale non può permettersi di andare oltre i confini della convenienza delle proprie clientele imposti dalle alleanze nelle amministrazioni locali delle zone del Sud in cui è presente.
Mastella, in altri termini, è ostaggio non della magistratura o dei propri elettori centristi. È ostaggio degli assessori dell’Udeur presenti nelle giunte locali di sinistra e di tutti gli esponenti del proprio partito che occupano posti e poltrone nel sottogoverno dei comuni, delle province e delle regioni meridionali . Uscire dal centro sinistra nazionale avrebbe comportato per l’Udeur uscire automaticamente dalle amministrazioni locali. Cioè rinunciare al potere clientelare e tradire la natura stessa del partito.
Si poteva pretendere da Mastella un atto masochistico destinato a trasformarsi in una vera e propria eutanasia? Non si poteva. Ed infatti tutto è andato secondo le previsioni della vigilia. L’Udeur ha confermato la propria collocazione a sinistra. Ed ha evitato di dissipare il piccolo patrimonio di potere conquistato negli anni nelle amministrazioni meridionali rette da coalizioni uliviste.
Ma la scoperta che Mastella è ostaggio di se stesso costituisce un colpo fin troppo pesante al peso politico del leader dell’Udeur. Fino ad ora la forza di Mastella era derivata dalla sua potenziale mobilità. Poteva minacciare di andare da una parte o dall'altra, con il centro destra o con il centro sinistra. E più mostrava di pendere verso Silvio Berlusconi, più poteva alzare il prezzo con Romano Prodi. E viceversa.
Ora, invece, il gioco è finito. Si è scoperto che il suo era un pendolarismo finto, che non può in alcun caso applicare la politica dei «due forni» e che è condannato a rimanere a sinistra. Ad un prezzo destinato inevitabilmente a scendere.


Per Mastella, quindi, è l’inizio della fine. A meno che la prossima legislatura prodotta dalla nuova legge proporzionale non produca tali e tante innovazioni da ridargli la libertà perduta ed affrancarlo dalla sua stessa clientela.

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