Al bando anche il giornale del "Nobel"

La scelta dopo un intervento della censura. La Ue contro i "passaporti d'oro"

Al bando anche il giornale del "Nobel"

Three strikes and you are out, tre colpi e sei fuori. Era lo slogan usato dal presidente americano Bill Clinton per dare il senso del suo programma contro il crimine: al terzo reato, come usa dire, lo Stato avrebbe buttato via la chiave della cella del recidivo. Ma qui stiamo parlando di Russia, e non si parla di omicidi o di rapine: si parla di reati di opinione, camuffati da attentato alla sicurezza dello Stato. Alla terza presunta fake news, il giornale russo che si azzarda a criticare il regime o semplicemente a chiamare «guerra» la cosiddetta «operazione speciale in Ucraina» viene chiuso d'autorità, e i suoi giornalisti rischiano dure condanne.

Ampia premessa per raccontare che ieri Novaya Gazeta, il quasi ultimo baluardo della libera stampa in Russia, ha annunciato la sospensione delle pubblicazioni dopo aver ricevuto il secondo avviso d'infrazione alla legge da parte di Roskomnadzor, l'agenzia statale per il controllo sui media. Il direttore Dmitry Muratov premio Nobel per la Pace per il coraggio dimostrato nella difesa delle libertà civili nel suo Paese lo ha reso noto sul sito del giornale. Resta da vedere se alla fine della guerra a Novaya Gazeta, che nel corso del ventennio putiniano ha visto uccidere sei suoi giornalisti, tra cui la famosa reporter Anna Politkovskaya, assassinata nel 2006 al culmine di un suo percorso di critiche allo «zar», sarà consentito di riprendere l'attività.

L'imbavagliamento di Novaya Gazeta è solo l'ultimo episodio di un cupo e sempre più accelerato percorso di soffocamento della libertà d'informazione e di espressione in Russia. Nelle ultime settimane anche la televisione indipendente Dozhd e la radio Echo Moskvy erano state silenziate d'autorità, mentre l'organizzazione Memorial, dedita alla denuncia dei crimini d'epoca sovietica contro i cittadini russi, è stata messa fuorilegge con il pretesto che fosse «agente straniero». Identico provvedimento, alla fine di febbraio, aveva portato al divieto di trasmettere in Russia e alla chiusura dell'ufficio di Mosca per l'emittente tedesca Deutsche Welle, ma ieri il suo direttore Peter Limbourg ha annunciato la ripresa del lavoro giornalistico dedicato alla Russia dal nuovo studio che è stato aperto in Lettonia.

Stiamo insomma purtroppo tornando a rapidi passi all'epoca plumbea della guerra fredda, che in Ucraina in verità è assai calda. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha anticipato che verranno presto introdotte nuove misure restrittive per impedire l'ingresso in Russia di persone provenienti da «Paesi ostili», che sono poi quelli che hanno varato sanzioni contro Mosca. Contemporaneamente arriva una mossa di significato simile da Bruxelles: la Commissione Europea ha invitato gli Stati membri ad abrogare con effetto immediato i cosiddetti programmi di concessione di cittadinanza per investitori stranieri. Si tratta dei famigerati «passaporti d'oro» che diversi Paesi Ue soprattutto Cipro, Malta e Bulgaria, ma anche il Portogallo che ne ha concesso uno al noto oligarca russo Roman Abramovich di fatto vendono a caro prezzo a personaggi più o meno opachi quasi sempre provenienti da Russia e Bielorussia.

Questi documenti permettono a soggetti colpiti da sanzioni di circolare liberamente nell'Ue e in tutto lo «spazio Schengen», che include ad esempio la Svizzera. La Commissione segnala (con evidente ritardo) che tali concessioni violano il principio di leale collaborazione sancito nel Trattato sull'Unione Europea e la stessa nozione di cittadinanza dell'Unione.

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