Così le organizzazioni provano a smontare le indagini

La tesi dei coinvolti: se intercettano i giornalisti non ci si può fidare. Il caso dei fondi ai libici

Così le organizzazioni provano a smontare le indagini

«È chiaro che stanno cercando di sollevare un polverone per affossare l'inchiesta sulle Ong tirando fuori aspetti marginali come le cosiddette intercettazioni dei giornalisti» dichiara al Giornale, in cambio dell'anonimato, chi conosce bene le carte della procura di Trapani. Gli indagati per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e altri reati sono 21, oltre la società armatrice di una delle navi e due colossi delle Organizzazioni non governative, Medici senza frontiere e Save the children. L'avviso di conclusione delle indagini è stata depositata in gennaio, ma quando sono cominciate a circolare le carte si è capito che un rinvio a giudizio sarebbe devastante per l'immagine di tutte le Ong del mare.

Il primo polverone sollevato è la vicenda delle intercettazioni di una decina di giornalisti, compreso chi scrive, nelle 30mila pagine dell'inchiesta. Quasi tutti siamo stati intercettati indirettamente mentre parlavamo con delle fonti coinvolte nell'inchiesta, che avevano i telefoni sotto controllo. Solo Nancy Porcia è stata ascoltata direttamente «perché alcuni indagati facevano riferimento a lei, che si trovava a bordo di una delle navi oggetto di investigazioni» ha spiegato il procuratore facente funzioni a Trapani, Maurizio Agnello. Nessun giornalista coinvolto è indagato e le intercettazioni saranno distrutte, ma la mobilitazione delle anime belle pro Ong, compreso il sindacato dei giornalisti, ha provocato un'ispezione alla procura di Trapani del ministero della Giustizia.

I talebani dell'accoglienza, come i tedeschi di Sea watch e Luca Casarini e soci, coinvolti in un'inchiesta sulla loro nave umanitaria Mare Jonio a Ragusa, hanno gridato al lupo. Il messaggio neanche tanto mascherato è semplice: se intercettano i giornalisti non ci si può fidare dell'inchiesta sulle Ong di Trapani.

Dopo qualche settimana di polverone è scattato il secondo tentativo di sminuire le accuse. Si punta il dito, cominciando con Rai news 24, contro le collusioni, vere, della Guardia costiera libica con i trafficanti. Uno dei motivi che nel 2017 spinse il governo italiano a finanziare, addestrare e consegnare motovedette alla Guardia costiera di Tripoli per renderla degna di questo nome.

L'obiettivo, anche in questo caso, è chiaro: si cerca la pagliuzza in 653 pagine di informativa finale sull'inchiesta per non vedere la trave nell'occhio delle Ong sul traffico di migranti ampiamente documentato dalla procura di Trapani.

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