La dannazione multiculturale dell'Occidente

Spagna, Francia, Inghilterra, Belgio: centrali da cui sono partiti o che hanno colpito i terroristi. Visti i fatti l'integrazione è stata una retorica menzogna

La dannazione  multiculturale  dell'Occidente

C'è un problema oltre il problema del terrorismo. Anche dentro. Anche a lato. È il fallimento certo, evidente, acclarato e persino ammesso del multiculturalismo di Stato, delle integrazioni forzate, dell'autonomia delle comunità. Quando nel 2011, il premier britannico David Cameron lo annunciò a Monaco sembrò a troppi lo sfogo di un leader in difficoltà, ad altri addirittura la follia reazionaria di un politico conservatore. I fatti di Parigi, ma non solo quelli, invece dicono semplicemente che aveva ragione. Non c'è nulla di ideologico nel dichiarare che quel modello ha consegnato all'Occidente la sua dannazione.C'è semmai da (...)(...) prenderne atto con coraggio, anche adesso che il termine torna come un riflesso condizionato e come un obbligo. Si sente, in queste ore, parlare di un nuovo impulso al multiculturalismo, di una forma di interazione tra le etnie che si basi sul reciproco rispetto delle culture, degli stili di vita, del credo religioso. Eppure i Paesi europei che fino a oggi sono stati attaccati dal terrorismo islamista, o sono centrali da cui i terroristi si muovono, sono tutti multiculturali: lo è la Gran Bretagna, lo è la Spagna, lo è l'Olanda, lo è il Belgio, lo è la Francia. Vista la contabilità dei morti e la violenza e l'odio viene da dire che il multiculturalismo è un disvalore, quando non addirittura parte della causa scatenante degli attacchi. È stato un'illusione o perfino una menzogna raccontata per molti anni: guardate come funziona l'integrazione in Gran Bretagna, guardate la comunità turca come è riuscita a essere accettata e a convivere con i tedeschi, guardate la forza della Francia che ha rimediato al suo passato colonialista dando un futuro e un Paese ai figli delle sue ex colonie. La retorica ha coperto ogni discorso. Peccato che sotto si nascondeva un modello precario e finto.La pacifica convivenza tra etnie si basa sul semplice e drammatico presupposto che ciascuno faceva e fa la propria vita. Non c'è contatto. In teoria parliamo di integrazione, in realtà ci troviamo di fronte alla semplice condivisione teorica di un Paese con una divisione territoriale degli spazi. Al massimo l'integrazione è comunità e non tra persone: sembra una differenza sottile, ma non lo è. Per tornare al discorso di Cameron del 2011: «Con la dottrina del multiculturalismo abbiamo incoraggiato culture differenti a vivere vite differenti, separate l'una dall'altra e da quella maggioritaria. Abbiamo fallito, non siamo riusciti a fornire una visione della società in grado da far desiderare loro di appartenervi».I numeri hanno la loro influenza. Paul Collier, professore a Oxford e consulente del governo Blair per l'Africa, ha spiegato nel suo libro Exodus che le dimensioni del fenomeno migratorio contano eccome: «Più grande è la diaspora in proporzione alla popolazione autoctona, minori saranno i rapporti con i locali». È la cosiddetta costante di Dunbar applicata all'integrazione di culture differenti: se, come dice Dunbar, un individuo riesce a gestire relazioni con al massimo 150 persone, è del tutto evidente che più saranno i componenti della sua comunità etnica, minore sarà la sua necessità e la sua voglia di entrare in contatto con la popolazione autoctona. Se non entri in contatto non ti integri, se non ti integri ti autoghettizzi. Per la costante di Dunbar, oltre una certa soglia numerica di componenti di una minoranza, quella minoranza non è più integrabile. Succede quindi che chi in quella comunità nasce, anche se ha un passaporto e una nazionalità del Paese che lo ospita, non si sente che parte del suo gruppo etnico. Il Belgio oggi è il Paese europeo con la percentuale maggiore di immigrati islamici in proporzione alla sua popolazione. Ed è quello in cui il fondamentalismo ha attecchito di più, tanto che da Bruxelles e dintorni, in percentuale ai residenti, arrivano in Siria e Irak più combattenti tra le file dell'Isis. Un caso?Il terrorismo non è una conseguenza diretta dell'immigrazione.

Ma i problemi dell'immigrazione hanno agevolato il percorso del fanatismo che sulla difficoltà di integrazione di giovani, spesso nati in Europa ma confinati geograficamente e culturalmente nelle loro comunità, fa leva ogni giorno. «Loro», dicono parlando degli europei. Pur essendo loro stessi europei. Fallimento, per il multiculturalismo, è quasi un complimento.

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