"Decotti, ricattatori". Il disprezzo di Di Maio per gli imprenditori

Dalla Whirlpool ad Atlantia: invece di aiutare le aziende in crisi il vicepremier le insulta

"Decotti, ricattatori". Il disprezzo di Di Maio per gli imprenditori

«La Whirlpool non ci deve prendere per il culo»; «Atlantia è decotta»; «Arcelor Mittal non ci può ricattare»; «La Fiat e Marchionne hanno fatto sempre quello che volevano». Ma si può rivolgere così, come un antagonista ai cancelli degli imprenditori, il ministro che con gli imprenditori si siede al tavolo? Ed è compatibile un ministro dello Sviluppo Economico che considera gli imprenditori dei disturbatori, degli imbroglioni, dei malandrini e dei falliti? Maltrattati dalle politiche di governo, gli imprenditori lo sono anche nelle interviste di Luigi Di Maio che li accomuna tutti e li indica tutti come campioni di «avidità». E infatti, con il pretesto di fare giustizia sulla strage di Genova, Di Maio tifa per la bancarotta di Atlantia, un gruppo da 11mila dipendenti ma che per il vicepremier, presto, dopo la revoca della concessione ad Autostrade, «perderà il suo valore in Borsa». E ancora più abietta è la famiglia Benetton ritenuta «un gruppo di potere e quando gli tocchi il portafogli è la fine».

A oggi le crisi industriali aperte in Italia sono 150 e non si risolvono, sempre, con la diplomazia ma neppure con l'impertinenza. Alla Whirlpool che aveva annunciato l'intenzione di chiudere lo stabilimento di Napoli, Di Maio ha risposto che «non ci faremo prendere per il culo». Alla Fiat e a Sergio Marchionne, che l'ha riportata protagonista nel mondo, l'accusa era di aver delocalizzato e che «bisognava quindi scagliarsi contro». A Taranto, dove il rischio per Arcelor Mittal non è il mancato profitto ma la possibile galera, Di Maio ha detto: «Non ci possono ricattare» ma a ricattare, come si vede, è solo Di Maio. E il guaio è che quando non è lui a insultarli, provvedono Alessandro Di Battista che li chiama «prenditori» e Beppe Grillo che li considera dei «resti della storia». Figura centrale e molla del progresso, impasto di azzardo e fatica, per lo scrittore Dino Buzzati l'imprenditore è «l'uomo che, mentre tu sei a un cocktail e sfiori giovani schiene di donne, in qualche stanzetta piena di fumo, lavora, e magari, imprecando, fa quello che dovresti fare tu». E invece per Di Maio l'imprenditore somiglia all'aguzzino del film «12 anni schiavo» dato che, come ha dichiarato, «milioni di persone prendono meno di nove euro lordi l'ora. Quello non è lavoro, ma schiavitù». Il suo pensiero era forse rivolto ai riders di Foodora, società di consegne a domicilio che ha lasciato l'Italia e da lui in precedenza avvertita che «non si lucra sulla pelle dei giovani». Molti giovani hanno replicato che non si trattava di lucro ma di una prima occasione di guadagno. Secondo Giuseppe De Rita, il padre della nostra sociologia, da ministro, Di Maio, ha davvero realizzato «un'impresa»: «Far scendere in piazza gli imprenditori che hanno sempre, nella storia d'Italia, mandato avanti i corpi intermedi. La sua ostilità nei loro confronti è il risultato di un imbagascimento del linguaggio. Alla fine, rimane anche lui figlio del vaffa». E dire che lo scorso dicembre si era presentato agli imprenditori con una lettera in cui prometteva che li avrebbe liberati dalle «scartoffie» e insieme «spiccato il volo». Di sicuro, gli imprenditori, non vogliono più stare sotto il suo stesso cielo: «Basta con i ricatti»; «Non è uno di noi» gli hanno risposto. A Di Maio rimane dunque l'ombrellone che concilia le letture e si spera anche lo spirito.

Tra i testi consigliati, quelli della biblioteca liberale de il Giornale e in particolare Luigi Einaudi che degli imprenditori scriveva: «Sono migliaia, milioni, lavorano e producono nonostante quello che possiamo inventarci per molestarli, incepparli e scoraggiarli».

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