"I progressisti adesso perdono ovunque perché hanno sposato l'aristocrazia"

Il direttore dell'Alta scuola di studi internazionali non ha dubbi: la destra capace d'intercettare il disagio delle classi medie impoverite

"I progressisti adesso perdono ovunque perché hanno sposato l'aristocrazia"

È il momento della destra. Anche in Grecia. «Sì - spiega Vittorio Emanuele Parsi, direttore dell'Alta scuola di economia e relazioni internazionali della Cattolica - ma non si possono paragonare le affermazioni in Italia o Ungheria con ciò che è accaduto ad Atene».

Perché, professore?

«Nuova Democrazia rappresenta l'establishment che riprende le redini del potere dopo la parentesi dell'era Tsipras. Mitsotakis è l'erede di una famiglia molto importante nella storia politica greca».

Quindi, niente a che fare con Salvini, Orban e Trump?

«Questa è una destra popolare nei modi e nelle forme, che combatte lo status quo. Nuova Democrazia è il ritorno dello status quo. E mi lasci dire che tutto questo è paradossale. Nuova Democrazia e il Pasok sono stati i principali protagonisti del disastro greco».

Resta il fatto che il vento sembra soffiare sempre dalla stessa parte.

«Questo è indubbio. La Polonia, come gli Stati Uniti, come l'Ungheria, l'Austria e l'Italia. Destre identitarie e securitarie, destre che sanno parlare al popolo con le parole del popolo, destre che hanno colto la grande crisi delle sinistre».

Insomma, più che vincere le destre, perdono le sinistre?

«Questo è un fatto innegabile. Le sinistre sono state al potere in molti Paesi per molti anni e hanno finito con l'identificarsi con le élite. Lontane dai problemi reali, incapaci di affrontare la crisi di sistema che ha investito tutto l'Occidente. La gente non ha più feeling con quei partiti ora si riconosce in Trump o in Orban».

Continuerà questo processo di riposizionamento delle opinioni pubbliche?

«Difficile azzardare previsioni, anche perché c'è un'altra regola sacrosanta nella politica: chi è al governo di solito perde nelle urne. È quel che stiamo verificando in Europa negli ultimi venti anni».

Semplificando, la destra vince perché intercetta il disagio del ceto medio impoverito e delle classi che sono in fondo alla scala sociale?

«Certo. È questa la fase che stiamo vivendo: le masse virano a destra perché la sinistra ha sposato l'aristocrazia. Solo che qui, a mio parere, si innesta una contraddizione che prima o poi esploderà: la mancata risposta alla perdita di potere d'acquisto e direi di dignità di questi ceti».

La destra non si fa destra sociale?

«I sovranisti di mezzo mondo se la stanno cavando puntando il dito contro i migranti e accendendo i riflettori sulla questione sicurezza».

Le paiono temi di poco conto?

«No, ma non risolvono i problemi degli italiani o degli ungheresi. Orban ha allungato la giornata di lavoro e ha reso obbligatori gli straordinari. I lavoratori forse si aspettavano altro».

Che cosa?

«Il ripristino di un minimo di stato sociale».

Dunque, più asili, più scuole, più università?

«Sì, asili e università pubblici, di alto livello, e con costi tendenti allo zero per l'utente. Questa è la vera rivoluzione. Ma mi pare si vada in altra direzione».

D'accordo, ma questi leader non hanno la bacchetta magica e devono ricostruire sulle macerie degli errori precedenti.

«Lo so, non è facile, ma la direzione di marcia non mi convince e temo non convincerà nemmeno milioni di elettori. Certo, ci sono gli stupri e i reati commessi dai clandestini.

Ma le priorità sono altre: cosa fanno questi governi per fermare lo strapotere di Amazon e delle altre grandi multinazionali? Come cercano di contrastare la concentrazione di ricchezza, favorita dalla globalizzazione, in sempre meno mani? Lo scivolamento verso il basso di milioni di persone che prima vivevano nel benessere sembra inarrestabile. È su questo versante che attendiamo le proposte dai vincitori di oggi».

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