L'incubo (o il sogno) di svegliarsi con la dracma

Per molti greci un ritorno al dopoguerra, per altri un'opportunità

L'incubo (o il sogno) di svegliarsi con la dracma

Atene - «Entro oggi Tsipras decida se accettare l'estrema proposta dell'Eurogruppo». È l'ultima ciambella di salvataggio lanciata in direzione del naufrago ellenico, rimasto da un lato senza un appiglio solido e a portata di mano, dall'altro senza la benché minima ombra di terra ferma all'orizzonte. Con il rischio concreto di affondare in mare aperto ancor prima di iniziare a nuotare. A parlare è uno speaker inusuale, quel ministro finlandese Alex Stubb che incarna l'integralismo anti-greco più duro. E, anche se non arriva a chiedere il Grexit a tempo come fatto dal super falco Schaeuble, nei fatti lo richiama.

Ciò che resta, dopo l'Eurosummit prima annunciato poi retrocesso a 19 e non a 28, è una banale vigilia per greci e per i cittadini europei: da oggi, al netto di fughe in avanti e disperati tentativi franco-italiani di ammorbidire Berlino e Francoforte, parte ufficialmente il conto alla rovescia verso una primizia. È tecnicamente questo un momento che non c'è mai stato prima negli ultimi tre euro-lustri di moneta unica. I Greci, zavorrati da tre anni di memorandum che non hanno sanato i conti e da duecento giorni di un nuovo governo ipercontraddittorio, potrebbero svegliarsi con la cara vecchia dracma sotto il cuscino.

Un incubo secondo alcuni, tra pensionati, famiglie e impiegati «poco propensi a tornare alla Grecia del dopoguerra», come sussurra Makis Triantafilopoulos, volto noto televisivo. Un'opportunità in acque inesplorate, ribattono altri, tra giovani, più spericolati, e commercianti che, tra le mille tasse di oggi e un nuovo inizio, sceglierebbero il secondo, anche se tutto da scrivere. Ma vigilia, inusuale e mai vissuta prima, è anche per i cittadini europei a due passi da uno scenario interamente nuovo: da Bruxelles fino a un secondo fa gli decantavano, come un tedioso ritornello, l'irreversibilità dell'euro e oggi prospettano loro altri scenari.

Ad Atene il fronte da caldo passa a caldissimo, anche a causa dei riverberi politici. «L'Eurogruppo è l'inizio della fine», titola il popolare magazine Zougla , una sorta di Dagospia ellenico. Perché il primo esecutivo di sinistra della storia greca, oltre che dal debito, è azzoppato dal probabile addio di quattro ministri vicinissimi a Tsipras, che farebbero scattare un rimpasto. A quel punto, il premier dovrebbe bussare alla porta di chi gli ha consentito due notti fa di portare a casa il voto parlamentare sul nuovo piano: i centristi del Potami, i socialisti del Pasok e i conservatori di Nea Dimokratia. Tutti insieme in un governissimo, come dal 2011 allo scorso dicembre, con la testa di Tsipras su un piatto (rotto) di plastica e un nuovo frontman come il giornalista televisivo Stavros Theodorakis.

Nel mezzo la nevrosi da banche ancora chiuse, con i bancomat a singhiozzo, le aziende che si bloccano e gli sconfinamenti ormai quotidiani degli F16 turchi in acque greche. La Banca Centrale di Grecia non aspetta altro se non i 25 miliardi dell'Ela per ovviare all'apnea di 15 giorni, come lascia intendere il suo governatore Ioannis Stournaras. Già ministro dell'Economia negli ultimi due governi, nel 2000 fu membro della commissione interparlamentare che curò il passaggio della Grecia dalla dracma all'euro, l'alfa di molte vicende al centro dell'Egeo.

Sullo sfondo il fatto che nessuno qualche anno fa si sarebbe mai aspettato di giungere ad una vigilia come questa che, ora, è vicinissima. Ma anche se non dovesse accadere nulla, comunque nella storia dell'Europa e dell'euro si è giunti mestamente a questo punto.

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