L'ultimo saluto a Julia

Le rose bianche, le amiche e le compagne di squadra della 18enne precipitata dal balcone dell'hotel. Messaggio dell'arcivescovo: "La sua morte enigma incomprensibile"

L'ultimo saluto a Julia

«Per educare un bambino occorre un villaggio intero» dice durante la sua omelia don Ivan Bellini, citando un proverbio nigeriano che enfatizza un compito tanto arduo quanto inesauribile. La frase non trafigge ma rafforza la spessa cortina di affetto profondo di quel «villaggio» di ragazze, ragazzi, compagne di squadra, parenti, amici, semplici conoscenti, gente qualunque e istituzioni dello sport e del volley che ieri mattina, da ogni parte del Paese ma anche direttamente dall'Africa, hanno voluto ritrovarsi nella chiesa di San Filippo Neri di via Gabbro, alla Bovisasca, per dare l'ultimo saluto a Julia Ituma, detta «Titù», l'atleta 18enne della Igor Gorgonzola Volley Novara morta tragicamente a Istanbul nella notte tra il 12 e il 13 aprile. Un «villaggio» dolente, al termine della messa strettosi così forte intorno alla madre della ragazza, Elizabeth, che la donna ha potuto uscire dalla chiesa solo quasi un'ora dopo il feretro, «prigioniera» com'era dell'amore, dell'affetto dimostrato, dalle parole di dolore e coraggio e degli abbracci. Un «villaggio» che evidentemente, alla figlia Julia, promessa della pallavolo azzurra, purtroppo non è bastato per non cadere vittima della disperazione più profonda, le cui ragioni precise probabilmente resteranno un mistero sparito insieme a lei.

Il messaggio inviato per l'occasione dall'Arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, letto all'inizio della celebrazione, descrive un sentire comune a tutti ieri. Parla infatti di «morte misteriosa, incomprensibile e imprevedibile» che «ha stroncato il desiderio di diventare adulti per una vita desiderabile» creando «per la famiglia (...) un dolore troppo grande e troppo ingiusto». Anche se - e Delpini rispettosamente lo sottolinea - «Non sappiamo cosa ha vissuto Julia». Un dilemma, quello riguardante i tormenti della giovane Julia, che non si è voluto approfondire durante la cerimonia, ma sul quale don Ivan non ha sorvolato. «Il mondo ci vuole tutti supereroi, sempre infallibili e forti - ha detto il parroco durante l'omelia - Ma dobbiamo rivendicare anche il diritto di essere fragili, di sbagliare».

In chiesa ieri mattina, insieme alle compagne della Igor Volley - che si trovavano con Julia anche al momento della tragedia, a Istanbul, dove la squadra aveva giocato la semifinale di Champions League di pallavolo - c'erano almeno 500 persone. Tra loro le atlete della Azzurra Volley di Firenze, della Viscontini Volley di Monza, una delegazione dell'altro club piemontese di serie A1, la Chieri '76 e naturalmente gli amici e le amiche della Polisportiva San Filippo Neri dove Julia ha iniziato a giocare agli albori di una carriera che da subito ha messo in evidenza le sue incredibili capacità atletiche. Quindi il ministro dello sport Andrea Abodi, il presidente della Lega Volley Mauro Fabris e la ex pallavolista azzurra Francesca Piccinini.

Tra loro anche Elias, un docente amico della famiglia di Julia e che alla fine della cerimonia funebre, ha preso la parola in chiesa parlando della 18enne come di un «genio», che ambiva a studiare Scienze della nutrizione. Una ragazza «mai soddisfatta di quanto aveva raggiunto» che aveva «un grande progetto» e si stava preparando alla maturità ma anche ai test di accesso all'università. «Julia, simply the best» ha concluso l'uomo, esortando i ragazzi a coltivare, oltre allo sport, anche gli studi che «danno la vera libertà».

La bara chiara coperta di rose bianche è stata portata al cimitero Maggiore per essere tumulata, avvolta da una nuvola di palloncini gialli e azzurri (i colori della Polisportiva San Filippo Neri), dagli applausi e dalle parole dell'amica d'infanzia Aurora Cannone, che con

«Titù» aveva condiviso l'esperienza dell'oratorio. «I ricordi - ha sussurrato la ragazza - sono dentro, ma basta arrivare qui perché tutto esca fuori. Lulia? Era grande, potente, fin da quando eravamo adolescenti. Un esempio».

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