La nuova Spagna socialista riapre le porte ai catalani

Sánchez ha giurato a Madrid. Torra a Barcellona. Con un obiettivo: «Parliamoci». E molti interessi in comune

La nuova Spagna socialista  riapre le porte ai catalani

Hanno giurato entrambi, a distanza di qualche ora e a seicento chilometri di distanza, uniti dalla volontà d'incontrarsi un giorno per riallacciare lo sfibrato filo del dialogo. Pedro Sánchez, 46 anni, segretario dei Socialisti spagnoli (PSOE) ieri mattina a Madrid, nel Palazzo della Zarzuela, sede della Corona di Spagna, ha giurato come ottavo presidente del Governo davanti a re Felipe VI e al decaduto premier dei Popolari Mariano Rajoy, licenziato dal Parlamento con l'approvazione di una mozione di censura costruttiva con 180 voti, proposta dagli stessi Socialisti.

Nella tarda mattina, sempre di sabato, nel parlamentino regionale della Catalogna di Barcellona, Joaquim «Quim» Torra, 56 anni, politico e scrittore, uomo di fiducia degli ex governatori catalani, Carles Puigdemont e Artur Mas, ha giurato anche lui come capo del Governo regionale, dopo che lo scorso 14 maggio era stato eletto presidente della Catalogna. Torra, esponente dell'Udc, presentatosi alle elezioni, imposte il 21 dicembre da Madrid, nella lista di Junts per Catalunya (forza indipendentista moderata), finalmente dopo cinque mesi di traumatica gestazione, ha indicato i tredici consiglieri che formeranno la nuova Generalitat, ponendo ufficialmente fine all'amministrazione straordinaria della Catalogna da parte di Madrid e dell'ex vice premier Soraya de Santamaría, da sempre odiata dai catalani, colpevole di avere ordinato le violenze nei seggi del primo ottobre 2017.

Con 85 consensi su 350 il bel Pedro da Madrid andrà a formare un esecutivo monocolore e di minoranza, con tredici ministri tutti socialisti (almeno un ministro dei socialisti catalani), mentre il combattivo Torra ha lasciato una sedia vuota per i deputati ed ex ministri catalani assenti perché attualmente in carcere o in esilio, esclusi dal nuovo esecutivo di Barcellona dallo stesso Rajoy che aveva posto il secco «no» agli indagati, minacciando di mantenere operativo il commissariamento. «Questo governo accetta il mandato per formare uno Stato indipendente. Parliamo, assumiamoci entrambi dei rischi, sediamoci a un tavolo e parliamo, da Governo a Governo», ha dichiarato Torra nel discorso d'insediamento, rivolgendosi direttamente al neo premier Sánchez che, a suo tempo, aveva pesantemente criticato la volontà dei nazionalisti catalani di volersi separare dalla Spagna a ogni costo e in modo unilaterale, senza rispettare la Costituzione. Ma il leader socialista aveva anche espresso, nel corso del lungo braccio di ferro coi catalani, il desiderio di «costruire due ponti» tra Madrid e Barcellona.

La questione catalana, secondo gli analisti politici, ha subito un peggioramento dall'intervento di Rajoy che, non solo non ha risolto la crisi, ma applicando la violenza, ha esasperato gli animi di nazionalisti, indipendentisti e anche unionisti. Ora Sánchez, la cui mozione di sfiducia a Rajoy, ha avuto l'appoggio fondamentale, non solo di Podemos, ma anche dei nazionalisti baschi e catalani, dovrà continuare a corteggiare l'esecutivo di Barcellona, perché il suo esecutivo di minoranza, per approvare mozioni importanti, dovrà essere sostenuto dall'esterno anche dalle forze indipendentiste, già pronte a chiedergli conto.

Sánchez ha promesso alla Generalitat l'apertura al dialogo e un sostanziale cambiamento di strategia. Barcellona, come gesto di distensione, chiede che i «prigionieri» indipendentisti in attesa del processo siano trasferiti da Madrid a Barcellona.

Tuttavia sarà l'imminente piccola rivoluzione del cambio di 1300 funzionari e amministratori legati all'ex governo di Rajoy con i nuovi nominati da Sánchez e dai suoi ministri a testare la tenuta del Governo del bel Pedro.

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