Il Papa predica un mondo che non c'è

Bergoglio se ne frega dei costi dell'accoglienza. La politica non può perché deve rispondere all'etica della responsabilità

Il Papa predica un mondo che non c'è

Ciò che separa la predicazione pontificia della «dottrina dell'accoglienza» (degli immigrati) dalle istituzioni pubbliche italiane, apparentemente sorde a tale dottrina, si chiama etica della responsabilità. È, cioè, il calcolo dei costi economici e sociali che le istituzioni fanno dell'adesione alla dottrina dell'accoglienza e, al tempo stesso, la constatazione dell'indifferenza del Papa per tali costi.

Papa Francesco se ne frega dei costi perché proietta apparentemente la remunerazione morale dell'adesione alla dottrina in quella entità metafisica che chiamiamo Paradiso. Le istituzioni pubbliche non posso fregarsene perché a fondamento della politica c'è, appunto, l'etica della responsabilità, il laico e realistico calcolo delle conseguenze delle proprie azioni. È, inoltre, perfettamente inutile che alcuni laici invitino la Chiesa a farsi carico dell'immigrazione accogliendola, ad esempio, nei giardini vaticani, perché, nella fattispecie, la Chiesa ragiona esattamente come le istituzioni pubbliche, cioè non prende neppure in considerazione la provocazione perché ne calcola i costi e non li vuole affrontare. Il Papa dovrebbe sapere che non può chiedere alla politica di non tenere conto del fondamento morale sul quale essa si fonda e che si chiama etica della responsabilità, cioè il calcolo delle conseguenze di ogni propria azione, se non vuole passare, agli occhi di chi fa politica, come un cinico opportunista. La separazione fra la predicazione pontificia della dottrina dell'accoglienza (degli immigrati) e il realismo delle istituzioni pubbliche segnala la distanza che corre fra questo pontificato e la realtà effettuale. Il mondo è quello che è, ed è perfettamente inutile, per non dire concettualmente disonesto, che Papa Francesco ne immagini uno che non c'è e faccia carico alla politica di non tenerne conto.

L'accusa pontificia alle istituzioni pubbliche allontana la Chiesa dagli stessi credenti che vivono la loro fede come cittadini dello Stato moderno e interpretano le parole del Papa come una manifestazione di disonestà e di opportunismo intellettuali; è, in buona sostanza, un errore che il Papa commette ignorando il mondo come è, predicandone uno che non c'è e in nome del quale accusa poi la politica di non tenerne conto. Non è solo una questione di linguaggio. È una questione di sostanza che distingue la Chiesa dallo Stato, laico e contemporaneo. La politica non può abdicare all'etica della responsabilità senza rinnegare se stessa e la prova la offre la stessa Chiesa quando fa orecchie da mercante ai laici che la invitano a farsi carico dell'immigrazione ospitandola nelle proprie sedi, come, ad esempio, i giardini vaticani. La Chiesa, di fronte alla provocazione, reagisce esattamente come fanno le istituzioni politiche - rivelando di essere essa stessa una istituzione politica. Ne calcola i costi e la ignora...

C'è, dunque, una buona dose di ingenuità, da parte dei laici che invitano la Chiesa a fare ciò che essa predica. Ingenuità che rivela l'incapacità di capire che la Chiesa è essa stessa, secolarmente, un'istituzione politica; la quale fa i conti fra ciò che le conviene e ciò che le costa e si comporta di conseguenza. Ecco perché bisogna saper distinguere fra la predicazione di Cristo e i comportamenti terreni della Chiesa, che di quelli si fa forte solo nei confronti degli altri e non affatto di se stessa... Qui, siamo, che piaccia o no ai credenti, su un terreno storico e politico sul quale anche la Chiesa opera nei propri interessi istituzionali. Ecco perché occorre distinguere fra il messaggio di Cristo - che è parola di pietà e di redenzione - e la predicazione della Chiesa, che non è molto distante dai comportamenti di ogni istituzione politica.

Un antico proverbio popolare - che rivela una buona dose di verità - suggerisce di fare come il prete dice, non come il prete fa. Non dico lo si debba seguire alla lettera, ma tenerne realisticamente conto non sarebbe poi tanto sbagliato.

piero.ostellino@ilgiornale.it

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